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8.5

In modo paradossale, una band di “culto” come Gun Club s’è vista dedicare negli ultimi anni una nutrita serie di uscite tra ristampe, inediti e tributi. Stupisce sulle prime ma non ripensandoci, essendo la creatura di Jeffrey Lee Pierce costantemente in bilico tra gloria e disastro, tra affermazione e crollo e non si nutre di estremi il paradosso? Vincerà l’oscurità, infine, ma se Pierce lo davi per segnato a un’uscita di scena drammatica, altrettanto certo è che la musica – ciò che davvero conta e rimane – nella Storia ci sia entrata, che vi abbia definito panorami che solo i più distratti potrebbero bollare come marginali.

Passa dalle sue mani (e anche da quelle di Kid “Congo” Powers, qui) il testimone di una tradizione antica però maltrattata a nuova vita: c’è il blues nella sua vena più oscura e malata, odorante di whisky e voodoo, compagna di demoni che giocano a dadi e di gente che si vende l’anima, ammesso che ne abbia mai avuta una. In modo non dissimile dai Doors, altri bianchi che del “nero pece” conoscevano ogni risvolto e ne maneggiavano abilmente i meccanismi, i Gun Club filtrarono le dodici battute usando lo spirito dei loro tempi: l’inquietudine dei primi Ottanta americani, ereditata dal decennio precedente e palpabile ovunque e vieppiù in una California dove era passato il ciclone punk.

Che è il paletto piantato nel cuore delle radici e che serve da fertilizzante per la mala pianta dei Gun Club, tanto robusta che oggi vi si guarda con ammirazione e in cerca di esempi. Nello specifico, poiché altrove raccontiamo vicende e dischi, sappiate che a ognuna di queste riedizioni è allegato un secondo cd con un live (suono da bootleg di buon livello) che nulla aggiunge né toglie alla saga. Le illuminazioni essendo custodite nelle scalette originali, a partire da Miami, sulfureo secondo LP che da sempre si contende la palma di Capolavoro col predecessore Fire Of Love, rispetto al quale versa più country nel cocktail e sfoggia una voce più calda. Laddove Death Party fu mini album registrato a New York e focalizzazione di uno stile che inizia a essere classico. Sarà infine compito del maturo – ombre di jazz, bassifondi e decadenza nella città di illusioni di cui porta il nome – The Las Vegas Story ratificare a chiare lettere la Grandezza.

Da qui in poi “solo” dischi (alcuni buoni, altri passabili) e non più pezzi di vita per Pierce, ingoiato da un vortice di litigi e droga, alcool e cuori spezzati. Di lati sempre più oscuri che sostituiscono la realtà alla rappresentazione e così era sin dall’inizio. Perché è ed era blues. Dovendo dunque dare più un senso che un giudizio a questi dischi, non può essere meno di quanto leggete qui sotto. Riposa in pace, Ramblin’ Jeffrey.

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