Recensioni

Come condensare in parole una fede, che come tale non è spiegabile, non si può dire? Se dovessi nominare una band, una sola tra le centinaia che ho ascoltato da quando ho deciso di consacrare il mio tempo libero alla musica, direi Motorpsycho. È una questione di pelle, qualcosa che è entrato nel sangue, oramai. Il primo concerto l’ho visto nel 1994, all’ex presidio psichiatrico di Mantova. In formazione c’era ancora Gebhardt alla batteria, ora di stanza in Italia e preso da altre cose musicali, e dietro alle tastiere ed altre scatole del demonio c’era Helge Sten, ovvero Deathprod, poi negli imprendibili Supersilent. Ricordo i quaderni riempiti come fosse una febbre in via Santa Margherita a Bologna, i dischi ascoltati come una preghiera a casa di Raffaello (non sottovalutate mai l’importanza di qualcuno che vi inviti a casa ad ascoltare dei dischi), le risate, le donne in bicicletta, l’età che non sapeva ancora l’appassire dei fiori che sbocciavano, il respiro, le sbronze, le albe in sala prove, l’ultimo dell’anno in mescalina, l’urgenza, la vita era proprio lì ed ora sfuma nella mitologia. Eppure eravamo noi. Belli ed immortali, ed i Motorpsycho erano la colonna sonora di tanti viaggi, al Velvet di Rimini (il locale più bello di sempre, teatro di concerti memorabili della band nel corso degli anni) o in montagna ascoltandoli in cassetta sul walkman. Da quella sera in cui Claudio Sorge su Planet Rock mandò in onda Demon Box, quel monolite affilato di venti minuti, un incrocio impensabile allora per le mie orecchie tra Blue Cheer, Helmet, le visioni più acide di Syd Barrett ed astrazioni ambient-noise, è scoccata la scintilla ed il fuoco continua ad ardere.

Da quel giorno sono passati venticinque anni e la band di Bent Saether e Hans Magnus Ryan è ancora in pista ed in forma smagliante. Attorno alla coppia nei suoi trent’anni di vita, celebrati proprio quest’anno, si sono avvicendati tre batteristi, da Killer agli esordi di Lobotomizer, nel 1991, al mitico Gebhardt del periodo d’oro di dischi indimenticabili come Demon Box, Timothy’s Monster ed Angels & Daemons At Play, fino a Kenneth Kapstad ed all’attuale Thomas Järmyr, che, prima del ritorno di Jacopo Battaglia, è stato anche batterista degli Zu. Un disco all’anno, un tour all’anno: la regola aurea della band di Trondheim resta ancora valida, forte anche di un solido legame con l’Italia costruito nel tempo.

Il Locomotiv risponde con una buonissima affluenza di pubblico, tra vecchi e nuovi fans di uno dei migliori gruppi live che sia dato vedere in giro. Due ore e cinquanta di lava incandescente, il suono come una materia viva e fiammeggiante sorretto da un groove sempre rotolante e implacabile (davvero ottimo il lavoro del nuovo batterista, perfettamente a proprio agio nelle torrenziali esplorazioni jam rock della band) in un clima felicemente sospeso tra il torrido ed il boreale. Nostalgie infinite, languori, furori, satori, rumore. Come dicevano quelli una vita fa, rumore, dolori, lampi, tuoni, saette: c’è un che di epico nella musica dei Motorpsycho, di trascinante, di fortemente empatico. Una possibile risposta al sogno americano dei Grateful Dead o alle visioni opache e crespucolari del David Crosby di If i could only remember my name. Il tutto sapientemente mescolato con poderosi riff hard rock, spezie progressive (la scrittura sovente indugia in strutture lunghe ed articolate, tra controtempi, armonizzazioni vocali, dettati larghi e para sinfonici), lame intinte nel sangue del Grande Nord, ombre folk, fugaci profili che fanno pensare ad una versione artica di quello che una volta chiamavamo grunge.

La scaletta della serata pesca nello sterminato e multiforme repertorio della band, tra numeri power pop inebrianti (The Other Fool, da Let Them Eat Cake del 2000), lussureggianti foreste cosmiche ed interiori (la psichedelia southern rock di Whip That Gost, ispirata sin dal titolo a Whipping Post di Allman Brothers Band), sfuriate heavy, corse a perdifiato in un imprecisato eppure nitido altrove tra Genesis, Black Sabbath, Led Zeppelin ed oscuro prog scandinavo. Prima di essere musicisti dotati di grande talento e di enorme passione (l’intesa praticamente telepatica tra i musicisti è frutto di anni e anni di prove continue), i Nostri sono appassionati ascoltatori con le orecchie spalancate sui generi musicali più disparati, come hanno dimostrato lungo una carriera che li ha visti spaziare da esperimenti country bluegrass ad affondi feroci nel noise più livido, dal pop multicolore al rock espanso e dilatato che flirta col jazz, sino ad assestarsi negli ultimi anni in una sorta di prog rock in buon equilibrio tra melodie cantabili, riff spaccaossa e labirinti psichici. I tre norvegesi, ottimamente supportati dalla presenza come ospite del chitarrista svedese Reine Fiske, anche al mellotron, ci mostrano spesso e volentieri il loro lato più jazzy e psichedelico anche in questa data, pur dando schiaffoni monumentali come una sempre gigantesca Mountain ed una perfetta biker song come Hogwash, un classico istantaneo che non ha accumulato in ventotto anni nemmeno un’unghia di polvere. A chi dicesse che sì, va bene, però sono anni che su disco i Motorpsycho non raggiungono più le vette di un tempo, chi scrive, pur condividendo in parte, suggerisce cautela: un pezzo come A pacific sonata, da The Tower, il loro penultimo lavoro, potrebbe, con i suoi quindici minuti esplorativi, convincere anche i più scettici. Il finale del concerto poi, con un bis reclamato a furor di popolo ed una versione magnifica e a fior di pelle di Fool’s Gold, da Blissard, è stata la degna chiusura di un live per cui i superlativi si sprecano: dagli abissi alle vette, andata e ritorno, dal rumore più ispido e denso fino ad un silenzio in cui echeggia solo un accordo ripetuto, languido ed inesorabile.

Sfido a trovare un’altra band capace di essere ancora così viva e creativa dopo tutto questo tempo. Un live monumentale, da conservare negli annali e che gli esangui profeti dei concertini da cinquanta minuti spesi guardandosi la punta delle scarpe dovrebbero prendere come esempio da mandare a memoria su come si suona il rock, intenso nella sua accezione più alta. Ci vediamo l’anno prossimo. Come dicono loro, you gotta hang on to the trip you’re on.

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