Recensioni

Campioni dal 1991 di prolificità e di ipertrofismo discografico, i Motorpsycho sembrano non conoscere la parola pausa. Ad appena un anno dalla doppia uscita degli episodi I e II di Here Be Monsters, il duo “allargato” di Trondheim torna con il doppio album (tanto per cambiare) The Tower, facendo emergere in questo episodio, più che in altri, qualche crepa sotto il profilo dell’ispirazione. Perché duo “allargato”? Dall’uscita di Gebhardt (anno domini 2005), i Motorpsycho hanno sempre ricorso a nobili sostituti (il primo, Jacco Van Roij nel 2006) senza però mai dare l’idea che i suddetti fossero parte integrante del progetto, nemmeno quel Kenneth Kapstad che è rimasto seduto sullo scomodo scranno di Geb per ben dieci anni, abbandonando poi la mothership dopo il tour primaverile del 2016. Erede designato per la sostituzione di Kapstad è lo svedese Thomas Järmyr, giovane diplomato del rinomato Conservatorio di Trondheim conosciuto anche dalle nostre parti per essere il nuovo batterista dei romani Zu. Ottimo frullatore, veramente non male.
Distante dai due Here Be Monsters e molto più vicino a quello che è stato il primo capitolo dell’epopea space-hard-rock Heavy Metal Fruit, The Tower è un disco che ha sì ottimi pezzi, ma che in alcuni momenti soffre di una certa stanca compositiva (inusuale per la band norvegese) e di una logorrea che mette a dura prova l’ascolto anche da parte del fan più scafato. Dura tanto The Tower, forse troppo (ottantacinque minuti sono veramente un’eternità) ma ha ottimi spunti: come la title track in apertura (con i riffoni à la Rainbow e gli intrecci vocali in odor di Yes) oppure l’acustica Stardust (anche qui ottime le voci), o ancora The Maypole (dai forti richiami Allman Brothers e che sembra uscire dritta dritta da Let Them Eat Cake). Queste ultime sono le migliori del lotto e, non a caso, le uniche sotto i quattro minuti. E poi? Poi un bel po’ di noia, pezzi lunghi, lunghissimi, sicuramente affascinanti in sede live, ma su disco decisamente meno, ottimi stimolatori del tasto forward del player. Un nome su tutti? A Pacific Sonata: quindici minuti e trentanove secondi di noia pura.
The Tower è un po’ come la biblica torre di Babele: progetto molto ambizioso, diretto al cielo ma dalle fondamenta un po’ traballanti che ne impediscono il completamento. La sensazione di fondo è che la pubblicazione dell’album non sia altro che il pretesto per tornare subito in tour, habitat naturale della band. Non tutto è da buttare ma, viste le premesse (registrazione negli States, a Los Angeles e al mitologico Rancho De La Luna), è un mezzo incidente di percorso – accettabilissimo, beninteso – in una carriera quasi trentennale.
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