I Vanishing Twin in uno scatto promozionale (foto di: Arthur Sajas)

Il grande chiaro di luna: intervista ai Vanishing Twin

I Vanishing Twin hanno fatto della loro cifra sonora stratificata, straniante e rétro una sorta di bandiera. Le atmosfere sognanti e notturne della formazione guidata dalla cantante e polistrumentista nonché co-fondatrice dei Fanfarlo, Cathy Lucas, e composta da vari musicisti della scena londinese, tra cui la batterista italiana trapiantata a Londra Valentina Magaletti, sono intrise di una magia che si rinnova anche nel terzo album dell’ensemble, Ookii Gekkou, in arrivo il 15 ottobre su Fire Records. Ed è proprio la Magaletti, musicista impegnata in più progetti e con all’attivo una lunga lista di collaborazioni di pregio come quelle con Thurston Moore, Nicolas Jaar e Bat For Lashes, a parlarci del nuovo lavoro – e non solo – rispondendoci al telefono dalle Azzorre, alla vigilia dell’esibizione al Tremor Festival tenutosi nella seconda settimana di settembre.

Ookii Gekkou è un lavoro musicalmente diverso da The Age Of Immunology, pur con svariati punti di contatto col medesimo. Meno etereo, lounge, forse, ma con più elementi a caratterizzarlo, a suggerire un ulteriore step nel vostro percorso…

A dire il vero nel nostro processo creativo non c’è mai il paragone con i lavori precedenti, nel senso che facciamo musica in modo abbastanza flessibile senza partire da un’idea esatta. Di diverso c’è sicuramente che non siamo più le stesse persone dell’anno scorso o di due anni fa. In più, la pandemia ha avuto un impatto incredibile. Però no, non siamo partiti da un punto preciso, ci siamo solo messi a scrivere e suonare insieme, abbiamo fatto un po’ di session e poi durante il secondo lockdown Cathy ha preso tutto il materiale e ci ha ricamato su le sue melodie. Ecco, l’unica differenza rispetto a The Age Of Immunology è che in questo secondo stadio il lavoro è stato più singolo da parte sua, per via della distanza forzata. Anche la narrativa è molto diversa: Ookii Gekkou è molto più meditativo, in virtù del maggior tempo che abbiamo avuto per noi stessi. Per il resto, le influenze sono sempre le stesse e riflettono il nostro interesse per il funk, per la disco, per il psych-jazz.

Uno dei brani che più mi hanno colpito è In Cucina, una forsennata corsa tribale piena di “ingredienti”. Sembra davvero di assistere a un frenetico e divertente lavorio ai fornelli. È da intendersi così il titolo?

In Cucina è proprio l’apoteosi della pandemia, nel senso che in questo anno e mezzo le nostre abitudini sono cambiate. Che si fa durante una pandemia? Non si va più al ristorante ma ci si ritrova in casa e si cucina, appunto. È ironico ma è anche un tema del disco, e il pezzo riflette questa creatività, questo giocare con gli ingredienti e creare nuove ricette. Musicalmente mi piace molto aver ricreato questo senso giocoso e ci ritrovo molto, ad esempio, della Sun Ra Arkestra. È un brano molto latin-jazz.

Invece Light Vessel, a dispetto dell’apparente leggerezza, sembra uno degli episodi più complessi da voi realizzati, mentre The Lift uno dei più interessanti in particolare per il testo…

Light Vessel un po’ più dark ed è molto complessa, in effetti. C’è il vocoder che apporta un po’ di ironia agli arrangiamenti, ed è cantata da Phil (MFU, ndSA), che in questo lavoro ha prestato molto di più la sua voce rispetto ai precedenti. Lo stesso accade anche in The Organism e in The Lift, dove c’è un suo duetto con Cathy. A proposito di quest’ultimo brano, come testo trovo che sia uno dei più interessanti del disco e uno dei miei passaggi preferiti. Parla di una storia vera di una donna in Giappone che è stata presa da un uragano e trasportata per chilometri. In pratica racconta il “passaggio” che questa donna ha avuto dal vento, che l’ha portata dal posto in cui stava a un posto di cui non conosceva nulla. È una canzone che parla di come adattarsi a una nuova realtà, a una situazione sconosciuta, il che a ben vedere, rapportato al 2021, è ciò che è successo a tutti noi con la pandemia. Tra l’altro l’importanza del testo è sottolineata dal fatto che il video che accompagnerà il singolo, che non sarà d’animazione come i due precedenti (Big Moonlight e Phase One Million, ndSA), avrà le parole in sovrimpressione.

In che maniera si dipana un processo di scrittura variegato come il vostro? In genere c’è un’idea di base – un riff, una melodia o altro – portata all’attenzione degli altri da uno di voi e che poi sviluppate tutti insieme, o improvvisate in studio partendo da zero?

In verità non esiste un modus operandi. A noi piace ritrovarci in un posto e suonare insieme. Tra l’altro, adesso abbiamo anche la fortuna di avere un nostro nuovo studio a Londra. Avere uno spazio tutto nostro dove poter lavorare è per noi un enorme privilegio.

Quello suggerito dalla vostra musica è un universo immaginifico che sembra avere a che fare più con il non rivelato che con l’esplicito, più con l’assenza che con la presenza. Lasciare a chi ascolta la facoltà di viaggiare con la mente: è questa la reazione che vi ponete come obiettivo?

Non ci poniamo degli obiettivi quando iniziamo a scrivere. Non c’è una missione di cui ci sentiamo investiti, non ci ritroviamo insieme con l’idea di fare un disco pop o un disco sperimentale. Semplicemente, andiamo in studio e suoniamo quello che sentiamo, mettendo insieme i vari pezzi.

Ookii Gekkou ha un forte carattere cinematico. I rimandi alla library italiana sono fin troppo ovvi, però mi chiedevo se siete anche appassionati di quel tipo di cinema e se in particolare c’è qualche film degli anni Sessanta/Settanta che vi ha influenzato.

I compositori italiani e francesi sono sempre alla base di tutto ciò che avviene con i Vanishing Twin. La library di Piero Umiliani, Alessandro Alessandroni ed Egisto Macchi fa parte del nostro processo creativo e forma moltissimo il nostro universo musicale. Non saprei dirti titoli di film in particolare che ci hanno ispirato per Ookii Gekkou, è più un’influenza diffusa. L’aspetto estetico per noi è molto importante ma è un’estetica che guarda a varie forme d’arte, è qualcosa a 360 gradi. Siamo appassionati di tutto, non solo di cinema. Il film ce lo siamo fatti noi con il Covid (ride, ndSA). Guardiamo alla settima arte così come al dadaismo, al Bauhaus, alle arti grafiche e all’architettura. Infatti la prossima cosa a cui stiamo lavorando è un grande arazzo da mettere dietro il palco durante lo show e ispirato al lavoro grafico di Don Cherry per il suo Organic Music Society.

In Italia ci sono gruppi come Calibro 35 e La Batteria che da anni esplorano il territorio a cavallo tra cinema e musica rievocando il mondo delle sonorizzazioni d’antan e tra l’altro godendo di un buon seguito, non solo da parte del pubblico più attempato ma anche dei più giovani. Li conoscete?

Conosco i Calibro 35, li ho visti dal vivo e se non ricordo male ebbi anche uno scambio con il loro batterista. A livello di gusto ci siamo, ma i Vanishing Twin non sono solo colonne sonore. Se prendi Phase One Million, ad esempio, ti accorgi che è una festa di afro/disco/funk, un immaginario che Cathy adora. Lì siamo lontani dalla colonna sonora anni ’60/’70, c’è un mix di influenze, non qualcosa di specifico.

Come vi ponete nel dibattito sulla retromania? Voglio dire: oggi, in nome della cieca fiducia nell’avvenire guidato in primis dalle nuove tecnologie digitali che porta il sentire comune a punte anche di tordo giovanilismo, oltre che a forme aggiornate di rampantismo sociale, c’è quasi un rifiuto ideologico del passato, spesso etichettato come roba da nostalgici, da boomer. Come pensi che la vostra proposta musicale si collochi in questo contesto?

I Vanishing Twin sono il progetto più rétro tra quelli a cui collaboro, gli altri sono molto più moderni, d’avanguardia. Diciamo che ai VT piace un certo tipo di approccio più conservativo, in tutto: dalle scelte delle batterie al mixing. Cathy è molto ferrea in questo, ad esempio lei non usa plugin per la voce, è tutto molto analogico, e questo determina il sound. Mi rendo conto che per i ragazzi di oggi tutto ciò possa suonare obsoleto, noi abbiamo un pubblico affezionato al nostro sound e che in esso si riconosce, però non è una questione di stare di qua o di là, di essere antagonisti: è una questione di gusti. La musica di oggi, oltre a prestarsi a una fruizione mordi e fuggi, tende a essere molto omogenea, a conformarsi. Io, per dire, sono stata in Italia durante l’ultimo lockdown e mi sono ascoltata le ultime produzioni reggaeton, al pari di artisti come Fedez a Sfera Ebbasta, e mi è sembrato tutto molto simile. Sotto un certo profilo, a me dice proprio poco la musica italiana in questo momento.

Con The Age Of Immunology, pubblicato a giugno 2019, eravate stati a vostro modo politici. Del resto, la musica dei Vanishing Twin, così collaborativa nella composizione e aperta alle influenze stilistiche esterne, suggerisce un sentimento di mutualità e inclusività piuttosto che di chiusura come quella che ha ispirato la Brexit. Inoltre, a posteriori si può dire che foste profetici nel dare alle stampe giusto pochi mesi prima dello scoppio della pandemia un disco ispirato a un saggio che parla di legame tra politiche sociali e sistema immunitario degli esseri umani…

The Age Of Immunology è stato incredibilmente profetico, personalmente ho i brividi se ci ripenso. La politica però è entrata molto di più in quel disco che in questo, era il tema principale. Una canzone come You’re Not An Island era chiaramente pensata per l’Inghilterra. Del resto Cathy ha un’inclinazione molto accademica per quel che riguarda le tematiche, sta studiando per un dottorato e nei suoi testi si riflette chiaramente questo interesse per argomenti sociali e politici.

Al momento siete impegnati in tour e presto dovreste sbarcare in Europa continentale. Tornerete anche in Italia?

Sì, certamente. Stiamo cercando di organizzarci perché non è ancora agevole spostarci. Anche adesso noi in Europa non possiamo viaggiare perché abbiamo fatto il vaccino in Inghilterra, il green pass britannico non va bene per l’Europa.

Perdonami se, per chiudere, ti chiedo notizie dei Fanfarlo, gruppo con il quale anche tu hai suonato ma che a quanto pare ha fatto perdere le sue tracce dall’ultimo album, Let’s Go Extinct, datato 2014. Che tu sappia, è ancora in piedi il progetto?

In verità non saprei. Io ho fatto solo un tour con loro, più che altro il progetto riguarda Cathy. Che io sappia attualmente la cosa non è più in essere, Simon Balthazar (il frontman e fondatore, ndSA) si è trasferito in Messico per cui non credo che abbiano in cantiere qualcosa. Più di questo però non so dirti.

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