Recensioni

L’assenza in luogo della presenza, il non rivelato al posto dell’esplicito. Ancora una volta i Vanishing Twin ricorrono al loro universo immaginifico nel tracciare una mappa stellare che azzarda galassie sconosciute. Ookii Gekkou è un’altra perla della band capitanata dalla cantante e polistrumentista, nonché co-fondatrice dei contumaci Fanfarlo, Cathy Lucas, e completata da vari musicisti della scena londinese tra i quali la batterista Valentina Magaletti.
L’immenso The Age Of Immunology, uscito nell’estate 2019 e ispirato a un saggio dell’antropologo medico David Napier che metteva in relazione politiche sociali e sistema immunitario degli esseri umani, fu quasi profetico nell’anticipare l’arrivo della pandemia. Stavolta il Grande Chiaro di Luna, traduzione del titolo giapponese di questa nuova fatica, è più il tentativo di fuggire dal presente ipnotizzandosi con la solita miscela sonora stratificata, straniante e rétro che caratterizza la cifra del combo, ma con rinnovato piglio.
Non retromania fine a se stessa ma scelta estetica ben precisa, un gusto unico, per certi versi controcorrente, l’approccio analogico come scelta di campo in un’epoca caratterizzata dal rifiuto ideologico del passato. Ok boomer, ma il botto – in senso positivo – stavolta lo fanno loro con una terza prova invero affascinante. Una pastiche afro, world, disco, funk e free-jazz in odore di Sun Ra Arkestra e Don Cherry e dal carattere cinematico (evidente l’influenza della mitica library di Umiliani e Alessandroni), meno eterea e lounge – e d’altro canto meno politica in senso stretto – rispetto al sophomore di due anni fa, ma con addirittura più elementi a caratterizzarla. Apertura a svariate influenze come derivazione del modus operandi inclusivo e collaborativo del gruppo, che ama partire da improvvisazioni e affidarsi all’istinto per schiudersi porte, dove porte, apparentemente, non ce ne sono.
La prima è quella della cucina, spazio della mente prima che fisico, evocata – appunto – in quella In Cucina che è tra i passaggi più riusciti del lotto, ricetta tribale piena di ingredienti a richiamare il frenetico e divertito lavorio ai fornelli di un team agli ordini di un dispotico, quanto creativo, chef che si arrischia in nuove combinazioni di sapori. Oppure c’è la porta dell’ascensore, The Lift, brano conclusivo e terzo estratto dopo la title-track e la splendida Phase One Million, il cui testo parla della storia vera di una donna giapponese risucchiata da un uragano e trasportata per chilometri, in pratica il racconto del “passaggio” avuto dal vento, che l’ha portata dal posto in cui stava a un posto di cui non conosceva nulla e in cui ha dovuto adattarsi: allegoria del Covid manco tanto velata, in fondo. Invece, a dispetto del titolo, Light Vessel fa rotta verso buchi neri dove pure un sardonico vocoder ha effetto alienante fornendoci appigli a reminiscenze d’antan in un labirinto da oscuro scrutare la cui uscita è un’altra di quelle porte che sta a noi trovare.
L’arte dei Vanishing Twin è sognante, schizoide, deformazione espressionistica dalla ricercata eleganza formale alternata a violenta e improvvisa esasperazione; è dadaismo puro, è Freud, è surrealismo, da Magritte indietro fino ad Arcimboldo, i dipinti del quale li giravi e mostravano un’altra figura, da coloratissime nature morte a sinistre facce costruite con frutti e foglie. Ma è anche nichilismo debordiano, psicologia sociale leboniana, ed è politica per il solo fatto di affermarsi. Mescola musica, arti grafiche, architettura, cinema di genere e letteratura, facendoli confluire in un’estasi lisergica.
Raramente si ascoltano dischi del genere di questi tempi. Ogni capitolo del Gemello che Scompare è un… gioiello che riappare dalle fosse dei tempi, un diamante che al chiaro di luna rivela prismi di bianca luce a migliaia. E chissà che non sia la luna a illuminarsi di lui.
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