Recensioni

Riscoprirsi classici, continuando con naturalezza e nonchalance a fare quel che si è sempre fatto, non è da tutti. Se c’è una cosa che va senz’altro riconosciuta a Stuart Braithwaite e i suoi è l’aver mantenuto nel tempo un’idea, una coerenza e una visione d’intenti che sono rimaste uniche e che han fatto sì che questi ultimi trent’anni (Young Team risale al 1997, ma se contiamo i primi passi arriviamo a un paio di anni prima almeno) trascorressero in modo che al nome Mogwai venissero associati un suono ben preciso, un’estetica e un approccio compositivo immediatamente riconoscibili. Post-rock, indie, shoegaze, psichedelia, elettronica: le etichette e i generi lambiti e attraversati hanno sempre lasciato il tempo che trovano. Sempre uguali a se stessi, eppure sempre cangianti, tra pur minime variazioni di formazione e di formula, hanno saputo solidificare il proprio status mantenendo contemporaneamente l’autorevolezza dei caposcuola e l’approccio integro da indie band, come d’altronde è sempre possibile riscontrare ogni qual volta li si incroci su un palco.
Se con il precedente As The Love Continues gli scozzesi avevano finalmente raccolto quanto seminato nella loro lunga corsa in termini di numeri, posizionandosi su nelle classifiche e incontrando favori di critica pressoché unanimi, con questo nuovo The Bad Fire (undicesimo capitolo, tra LP e colonne sonore) il cerchio si chiude ritrovando un’ispirazione che non era tanto felice, forse, dai tempi di Rock Action, se non altro in termini di intensità e memorabilità delle composizioni, supportate altresì da un notevole lavoro sul suono.
Come Dave Fridmann nello scorso album, a dare una mano in fase di produzione, scolpendo e cesellando quel monolite senza snaturarlo, c’è adesso John Congleton (già vincitore di un Grammy con St. Vincent nonché al lavoro con Midlake, Decemberists, John Grant e Angel Olsen), che deve aver dato una spinta ulteriore verso qualcosa che somigli a una forma canzone classica, favorendo l’uso della voce in più episodi. Non che l’uso di melodie sussurrate in stile Slint o trasfigurate dal vocoder sia una novità: pur apparendo con parsimonia, è parte della cifra della band da almeno due decenni (si ricordino Take Me Somewhere Nice o Hunted By a Freak); è però ormai evidente la volontà – sempre occasionale, ma significativa – di farsi dichiaratamente pop, come certifica il singolo Fanzine Made Of Flesh che, come Ritchie Sacramento prima di lui, porta i Mogwai in territori mai tanto accessibili (siamo dalle parti dei Grandaddy o dei Dinosaur Jr., per capirci, con echi di Swervedriver); gli fanno eco il puro shoegaze in stile My Bloody Valentine di 18 Volcanoes e la cavalcata atmosferica God Gets You Back, con i suoi arpeggi di synth e il ritmo sincopato, nonché il galoppo glorioso e ruggente, tutto distorsioni e roboanti colpi di cassa, di Lion Rumpus.
Per il resto, ritrovare gli elementi distintivi dei loro dischi (e brani) migliori tutti in un posto – dalle classiche dinamiche piano/forte di If You Find This World Bad, You Should See Some Of The Others e What Kind of Mix is This? all’incedere minaccioso della superlativa Hi Chaos; dalla struggente e malinconica melodia Cure di Pale Vegan Hip Pain alle suggestive e puntuali rievocazioni Eno di Fact Boy, fino alla quasi folktronica (altezza Looper, progetto dell’ex Belle and Sebastian Stuart David – chi li ricorda?) venata di kraut di Hammer Room – non può che essere sintomo dell’eccellente stato di salute del progetto. Ben ritrovati.
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