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Il quarto album ufficiale dei Mogwai sancisce ad un tempo il rientro nei ranghi ed il loro superamento attraverso una forma sospesa, trasfigurata, quasi ambientale. Come se dell’antica furia incontenibile e scentrata, di quelle progressioni algebriche su plateau desolati non fosse rimasta che un’attitudine, un istinto esausto, stremato dalla lucida consapevolezza d’essersi già speso. Non prima di aver verificato – con l’inconcludente Rock Action – l’impossibilità di intraprendere strade davvero nuove. La scappatoia diventa quindi un restyling dignitoso delle vecchie strategie, un rinnovarsi in definitiva fasullo checché le soluzioni adottate si dimostrino anche curiose oltre che indubitabilmente competenti. Ecco dunque che l’ennesima reiterazione dello schema declina verso suggestioni chimico-sintetiche di certi Air (flagrante nell’iniziale Hunted By A Freak, a partire dall’uso del vocoder) o inafferrabili esotismi nordici (il progredire silenzioso di piano ed elettroniche Mùm in I Know Who You Are But What Am I? e le algide spianate d’organo Sigur Ros – gli epigoni diventano maestri? – in Boring Machines Disturb Sleep).

Altrove, plana sulla geografia autunnale di certi Early Day Miners (Golden Porsche, la traccia più breve, forse la migliore) oppure costeggia l’epica orizzontale di Brian Eno (vedi il trepido dipanarsi di Kids Will Be Skeletons in cui si materializzano miraggi Joshua Tree), innervando all’occorrenza l’impasto con un canto al limite del recitato, restituito alla funzione defilata e suggestiva del post. Sorta di ritirata strategica, dissimulata da un maquillage sapiente che gioca su registri diversi tenendone immancabilmente al centro uno, che è poi il solito codice Mogwai, come dimostrano appunto Killing All The Flies e l’estenuante teoria valzeristica di Ratts Of The Capital: gioielli d’efficacia, per carità, ma sostanzialmente inutili, emerite stucchevolezze a 40 carati.

La chiusura di Stop Coming To My House si candida così quale paradigma di quanto scritto finora, puro manufatto Mogwai anno domini 2003, stratificato e versicolore, polimorfo e dissonante, grumo sonoro organizzato in tentativo di decollo, alla cui essenza non serve più spiccare il volo. Gli basta una sembianza, il gusto del limite sfiorato da un’accumulazione algebrica di elementi solidali, un’apoteosi di mestiere lucido e tecnica incandescente. La sensazione è che il discorso sia stato portato ai limiti estremi, esplorata ogni possibilità rispetto al presente, sparate tutte le cartucce del caricatore, è forte e viva. D’altronde, il meccanismo funziona, il manufatto si lascia ascoltare. Ok, ma poi?

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