Recensioni

7.3

E’ una compilation di remix dell’album Hardcore Will Never Die But You Will interessante, questa A Wrenched Virile Lore, perché continua l’esplorazione sintetica che i Mogwai hanno intrapreso da un po’ di album a questa parte e sposta quindi la visuale dall’iniziale formula vincente, fatta essenzialmente di crescendi chitarristici che esplodono in una sorta di rumore bianco/droney post-rock.

Lo scarto dal discorso prettamente rock confluisce verso elettroniche iperverloci di scuola aphextwiniana (il rx di Klad Hest per Rano Pano), arpeggiatori pop su atmosfere Broadcastiane (Cylob su White Noise), progressività nordico-moroderiane (gli ottimi sette minuti di Xander Harris su How To Be A Werewolf), ricordi synth-glo anni 80 à la Chromatics (gli Zombi su Letters To The Metro, uno degli apici della compila), folkitudini trattate a puntino col vocoder (RM Hubbert su Mexican Grand Prix), tappeti ambient noise (Tim Hecker per Rano Pano), acquerelli Boards of Canada (Robert Hampson su La Mort Blanche) e rivisitazioni fedeli (i Soft Moon per San Pedro).

Il remiscelamento degli originali, così eterogeneo e ben dosato, sottolinea almeno due aspetti: il primo è la convergenza tra mondi musicali paralleli, che proprio i Mogwai hanno saputo costruire o almeno proporre in tutti questi anni, passando dall’underground per iniziati a progetti per colonne sonore (The Fountain) e ammiccamenti all’elettronica (Happy Songs for Happy People); la band ha ricondotto il ‘particulare’ linguaggio del noise (o se volete del post-rock) ad un ecumenico e più malleabile ‘suono 2.0’, che ai puristi delle origini può sicuramente dar noia, ma che ha conferito al gruppo uno status di culto universale, alieno dalle catalogazioni di genere.

Il secondo punto d’interesse è il ripescaggio di un’estetica di remix ‘extragenere’ che negli anni Novanta ha trovato il suo apice. Ricordiamo ad esempio i remix di Aerial M ‎(Post Global Music), dei Dub Narcotic Sound System per la Jon Spencer Blues Explosion e dei Tortoise (Rhythms, Resolutions & Clusters): tutte produzioni ottime, che fecero il botto per l’alta qualità e la varietà dei risultati e che guardacaso si concentravano proprio su band provenienti dal calderone post-rock (gli stessi scozzesi furono remixati da gente del calibro di Hood, Alec Empire, My Bloody Valentine, μ-Ziq e Arab Strap nella compilation del ’98 Kicking a Dead Pig).

Questo disco dal punto di vista pratico sta dicendo di pensare non solo all’ascoltatore, bensì anche al produttore, al DJ o allo smanettatore che potrà rifare i pezzi ed aumentarne (o diminuirne) il loro valore con nuove versioni. Una visione che esce dalle paludi di ‘genre tagging’, sbucando in un futuro tutto ancora da costruire. Un’occasione per i Mogwai di cominciare nuovamente a regalarci sorprese.

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