Recensioni

Tre anni fa, in occasione dell’ottimo I Lie To You, scrivevo a proposito della vocazione da crooner che emergeva sempre più dalle canzoni di un Hinson quarantenne, segno che si stava finalmente lasciando alle spalle un po’ di ferite e campi di battaglia, pur rimanendo quel cantautore infestato da spettri ancora troppo densi e insidiosi per consentirgli approcci quieti o addirittura, figuriamoci, accomodanti. La maturità però fa metabolizzare anche gli ostacoli più indigeribili, scioglie turbolenze e complessità in soluzioni che si ritenevano impraticabili, le quali comunque continuano a portarsi dentro i demoni a vari gradi di sublimazione.
Nel nuovo, undicesimo album, il classe ‘81 da Memphis approda appunto a una nuova fase della sua vita (artistica). Stretta ormai alleanza con la milanese Ponderosa Music Records, e rinnovata la sinergia con Alessandro “Asso” Stefana (in veste di multistrumentista e produttore), questo Micah P. Hinson “italiano” sembra respirare coi bronchi più liberi, il suo sguardo melodico copre spazi mai tanto ampi e distesi, scende a patti insomma con la possibilità che la musica possa essere farmaco e redenzione. Sale sulla carrozza sinfonica allestita dall’ensemble di Benevento (dirige Raffaele Tiseo, altra conferma rispetto al lavoro precedente) e se ne lascia trasportare, si abbandona.
Tuttavia, è chiaro che i fantasmi sono ancora tutti lì, però passati al vaglio di una sensibilità che si è spinta fino al nero del cuore e ha saputo trovarci un insospettabile chiarore. Sostiene lo stesso Hinson che da sempre uno dei suoi obiettivi è “far bollire la vita, e le emozioni, fino alla loro forma più semplice e basilare”. Allora, forse, è il caso di considerare questo disco come il frutto di una distillazione, da cui ha ricavato il filtro ipnotico in grado di gettare sé stesso oltre lo specchio infranto dell’anima. Di Oh, Sleepyhead, il pezzo che apre trionfalmente la scaletta e la chiude con una reprise trasognata, Hinson dice: “Se mai volessi riversare la mia anima in una canzone di 3 minuti, sarebbe questa”. E infatti sembra proprio che tra il valzer rigonfio e vorticante della prima versione e la baldanza scarnificata della seconda si consumi il tentativo di superare gli antichi turbamenti: “it’s still morning/and i’m disappointed in jesus too/We don’t need to be so sad/We don’t need to be so mad”.
Non che superarli presupponga lasciarseli per sempre alle spalle: restano anzi come impronte, percorsi mentali, spettri annidati nella carne. Come in Take It Slow, ninna nanna da Tom Waits affranto e sornione, con l’orchestra che pastura l’amarezza con discrezione agrodolce (“Do you think she will take it slow?/cause she knew things that turned into no thing/all over again”), oppure in quella Walls che si allarga calda, trascinante e volatile sul vapore degli archi (“our walls, we can leave them down/‘cause they’ll make homes of things we’ll never know”), ma soprattutto in una I Don’t Know God che mescola particelle Waits a quelle di un Bill Callahan sonnacchioso per una contro-preghiera tenera e impietosa (“but i don’t love god and, sure as shit, he don’t love me”).
Per tutte le dodici tracce si galleggia in questa soluzione dolciastra in cui sguazzano mostriciattoli minacciosi ma non aggressivi, pure loro ipnotizzati dalla stregoneria orchestrale. Dalla murder ballad One Day I Will Get My Revenge – come potrebbe il Nick Cave più placido rapito da un Phil Spector angelico – a quella I Was Just Standing There (titolo chiamato a sostituire l’evidentemente meno digeribile The Fuck I Care che mi era stato indicato inizialmente) impegnata a pennellare una pièce da cardiopalma tra languidi scenari morriconiani, passando da Mothers & Daughters – col suo passo vaudeville da Randy Newman intenerito Lambchop – e da una I Thought I Was The One che deve più di qualcosa alla waitsiana Waltzing Matilda con l’additivo di una verve folk-rock tristanzuola, tenendo opportunamente a centro scaletta quella Hallow che incede con la solennità lirica e impettita di un bolero scosso da vampe umorali quasi Pixies (“my dreams of you are hallow/though i know it isn’t”).
C’è in tutto questo uno stratificarsi di grazia e sconforto, di rassegnazione e desiderio, un ripiegarsi di passato e futuro che consegna musica e autore a un presente abbacinato, sospeso su un nuovo incrocio di possibilità. Sembra cioè di assistere a un processo di reinvenzione di sé che non significa archiviare quello che è stato ma ridisporne forma e senso, come stratagemma necessario ai domani che verranno. È lo stesso Hinson, del resto, a dichiararlo: “Oso pensare che il futuro non sia il futuro, ma una forma del passato, e il passato stesso è, quindi, una forma del futuro”.
Nella discontinuità poetica e formale appena descritta, qualcosa resta invariato: fatichi a capire dove finiscano le canzoni e dove inizi Micah P. Hinson. C’è un’invasione di campo continua e reciproca, un percolare di segni, ferite e visioni. Nella rappresentazione, che per Hinson non è mai stata tanto accurata, vibra un’autenticità al tempo stesso laconica e generosa, a tratti così esposta da suonare quasi insostenibile. Ed è, mi pare, quanto di meglio si possa chiedere, quando si va in cerca di musica e musicisti del genere.
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