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7.5

Col “giovane ma vecchio” Micah P. sai per certo che ascolterai rivelazioni col cuore in mano, ma non per questo la magia svanisce. Piuttosto, hai la certezza che l’autore ne indagherà le pieghe, i risvolti nascosti anche dal punto di vista sonoro. Al terzo atto vero e proprio, ecco che Hinson va sicuro incontro all’età adulta con un disco che all’ascoltatore sussurra un “sono qui, se ti interessa”, che chiede un incontro a mezza via per discutere e vedere l’effetto che fa a entrambi. L’esordio aveva dalla sua un’urgenza espressiva ultramondana, donata dall’avvertire il mondo che un nuovo talento era tra noi; il seguito And The Opera Circuit lo confermava, quel talento, capace di raccontarsi personale al di là di influenze e referenti. Con coerenza, And the Red Empire Orchestrarappresenta un ulteriore passo avanti, un momento di crescita nel quale il texano elimina i rimasugli d’esuberanza epica, approfondisce ulteriormente il rapporto col passato e si raccoglie attorno ad acusticherie, archi, organi, atmosfere anni ’50. Si cala nel cuore di un universo a sé, romanticamente virile e appeso sopra ricordi di Americana e visioni cameristiche, Europa e Stati Uniti, classicismo e sperimentazione.

Perché c’è il canone suo solito e va benissimo (The Fire Came Up To My Knees, Tell Me It Ain’t So), ma anche una serietà profonda come non mai che lascia scorrere con naturalezza un capolavoro complesso come I Keep Havin’ These Dreams, fatto più di brezza emotiva che fisarmonica e archi. La stessa partecipazione accorata che spinge a osare – e cadere: però il tentativo conta, oh se conta – con la maldestra You Will Find Me, metà surfer e metà cantautore che non si parlano nell’unico episodio che lascia perplessi. Altrove è un Micah che paga pegno da gran Signore, lasciandosi alle spalle un lustro di giovinezza: altre le gioie della nuova età, per esempio abbracciare gli amici attorno al fuoco sulle ali di un country-folk che caverebbe lacrime da una pietra (When We Embraced, Throw The Stone), darsi anima e corpo a ballate da crooner con riverberi d’elettrica e archi discreti (come se i Lambchop si fondessero con i migliori Tindersticks e Cash facesse loro da padrino: Sunrise Over Olympus Mons, una The Wishing Well And The Willow Tree che distilla spettri, la serenata Dyin’ Alone), infine acciuffare la scia del Dylan maturo (We Won’t Have To Be Lonesome).

E’ un mondo al solito “sad and beautiful” da perdercisi dentro, questo, e pertanto fatelo per l’ennesima volta. Perché del domani, dicono, non c’è certezza e se c’è, importa poco o nulla sia a Hinson che a noi.

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