Recensioni

7.1

Del folk – del suo volo basso, del suo strutturale gioco di mimesi con l’umano – c’è bisogno oggi come ieri. Ma il folk è malato: il folk è una stampa da pochi soldi con una cornice inadeguata, il folk ciondola vetusto, il folk può diventare una gabbia asfissiante. Quanto al NAM, ribadiamolo: il NAM fu una truffa (e in gran parte una fuffa) perché non resuscitava il folk ma giocava a proiettarlo su una cortina di fumo (sintetico e aromatizzato), fingeva di blandirlo mentre lo sottoponeva ad autopsia. Potremmo intendere il “prewar” e il glitch-folk come due tra i plausibili tentativi di terapia? Non ne sono sicuro, ma va dato loro il merito – diciamo così – di restituire il mistero a se stesso, di muoversi in una intrigante miscela di fragilità e autorevolezza, nel folto di simboli antichi e nuovissimi.

Quanto a Micah P. Hinson, è uno di quelli che o vengono dopo la cura o non ne hanno mai avuto bisogno, perché declina il folk con tanta naturalezza da farlo sparire nel corpo sonoro, perché getta il cuore della questione oltre l’ostacolo dei segni e delle forme, perché l’espressione prima di tutto e il resto segue a ruota. Musica dal respiro lontano, lontanissimo, che pure ha la fragranza di una pagnotta appena sfornata. Lascia sbalorditi, la sua giovane età (22 anni). Proviene da Memphis, Tennessee. É un debuttante, ma non lo direste: per la sua voce spessa e duttile, autoritaria e vibrante; per la densa profondità degli arrangiamenti (chitarre acustiche ed elettriche, pianoforti e synth, archi e flauti…); per la spontanea, sbrigliata interferenza tra i generi (folk e gospel naturalmente, eppoi escandescenze rockiste, venature blues, innesti desertici…).

Narrano le cronache di un’infanzia pressata dall’educazione cattolico-integralista dei genitori: lasciamo stare. Prendiamo queste canzoni, struggenti canzoni d’amore, melodrammi senza melensaggine. Patience è la lamentazione di un coyote che accumula mal di cuore fino ad esplodere di watt. Don’t You un’implorazione circolare, le spire terse di una collana di vetro che stringono fino a soffocarti di zampillante apprensione. You Lost Sight On Me è guardare il tramonto asciutto delle aspettative, come potrebbe un Will Oldham con voce baritonale colto da conati di tenerezza (la slide trepida, quelle strane emulsioni di synth). C’è poi la mestizia coreografica à la Black Heart Procession di Stand In My Way (valzerino gotico, violoncello, piano e chitarra), c’è l’incanto vagamente Cocorosie dell’iniziale Close Your Eyes (ghirigori liquidi e pastelli vellutati, l’enfasi che monta pastorale e fiabesca fino a deragliare), e c’è soprattutto la conclusiva The Day Texas Sank To The Bottom Of The Sea, un incanto malato, tristezza che si posa come neve grigia, crescendo che impasta speranza e remissione, struggimento e disincanto, spazi angusti e prospettive spalancate.

C’è questo e c’è altro, sempre nel segno di una disarmante franchezza, di un intimo percuotersi il cuore di cui la canzone è il primo rimbombo. E qui sta il segreto, o uno dei tanti: sussurrare preghiere che scavalcano gli orizzonti, prendersi in mano l’anima abbracciando tutte quelle sintonizzate. Un processo chiuso in se stesso che schiude le porte dello stare al mondo, uno sguardo che spiegandosi spiega. Un “io” che “tutti”. C’è anche però che al disco manca qualcosa per essere un capolavoro, perché la scrittura non sempre raggiunge l’eccellenza, perché le melodie s’inseguono e si riflettono l’una sull’altra innescando una strisciante (e alla lunga un tantino spossante) claustrofobia. Forse manca al caro Micah di beccarsi ancora un bel po’ di spallate e riceverne, il duro dell’asfalto e l’agro della polvere, quell’asciuttezza pietosa che potrà scoprire solo vivendo. Nessuno, credo, potrà biasimarlo per questo.

Rimane quindi la sensazione di un’opera che vale innanzitutto per questo segnale che regala: d’essere possibile per il folk incarnarsi (ancora) giovane e vivo, d’essere il folk (ancora) possibile senza sembrare frutto criogenizzato di ieri. Alleluja.

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