Recensioni

A quattro anni dall’omonimo album pubblicato nel 2021, i Mess Esque tornano con Jay Marie, Comfort Me, riaffermando una visione musicale sospesa tra sogno e malinconia. Il duo australiano, nato dall’incontro tra Mick Turner, storico chitarrista dei Dirty Three, e la cantautrice Helen Franzmann (alias McKisko), aveva mosso i primi passi durante il lockdown, con scambi a distanza tra Melbourne e Brisbane, costruendo un dialogo musicale tra gli inconfondibili intarsi del primo e la voce onirica della seconda.
Se l’esordio aveva il fascino di una scoperta, una fragilità quasi accidentale, Jay Marie, Comfort Me segna la maturità artistica del progetto. Oltre a Keeley Young e Kishore Ryan, già presenti nei loro live, e la violoncellista Stephanie Arnold, il disco vede la partecipazione dei percussionisti Bree van Reyk e Jim White (Dirty Three). Il risultato è un album che parla di perdita – il titolo fa riferimento alla sorella di Franzmann, morta nel sonno nel 2024 -, maggiormente vario, le cui geometrie aperte (vedi Talk Talk, Radiohead) si espandono in nuove direzioni.
Quando Turner e White fanno da “backing band” al canto libero di Franzmann, il risultato non è lontano dai liminal spaces dei Dirty Three; una variante onirica di post-rock ne costituisce l’ossatura, ma il collettivo tascabile spazia con naturalezza tra generi e suggestioni: i patio afosi dei Mazzy Star (Light Showroom), il blues destrutturato che da Beefheart passa per Waits e arriva a PJ Harvey e King Hannah (Take Me To Your Infinite Garden), fino a un folk sofferto ed esistenziale a metà tra Aldous Harding e Beth Gibbons (That Chair, Let Me Know You).
L’uso di un organetto aggiunge un tocco cinematografico, rafforzando le polaroid di questi scorci brulli e polverosi, tanto americani quanto australiani. È però la psichedelia a tingere molte delle trame di un album ispirato, la cui riuscita non si deve soltanto all’affiatamento tra i musicisti, ma anche – e soprattutto – a una voce tanto elusiva quanto conturbante.
Amazon
