Recensioni

Firmato il contratto con la Touch&Go, i tre decidono di prendersi il loro tempo e concentrasi sul fattore cinematico, un aspetto che richiederà una definizione degli spazi da dare a ciascun musicista. Il salto qualitativo avviene di conseguenza: non bastano le suggestioni dell’improvvisazione, occorre un metodo, uno scheletro portante sul quale poter agire e dare così sfogo al potenziale del trio.
The Dirty Three è un magistrale lavoro di rock strumentale, la conferma del talento dei musicisti e della loro intelligenza. Warren Ellis e Mick Turner, senza mai far perdere al linguaggio musicale la propria fluidità e scorrevolezza, si corteggiano e s’assecondano come una rodata coppia. Jim White, già versatile batterista, si trasforma in un’antenna degli umori dei compagni, sentendo perfettamente il tempo d’intervenire anche con il minimo colpo di spazzola, di tamburello e di chissà quale altro oggetto. Indian Love Song, la prima traccia dell’album, è la sintesi di quanto detto, nonché uno dei migliori pezzi dei Dirty Three, un crescendo poderoso di dieci minuti per chitarra e batteria, nel quale un accorto Ellis, inizialmente pizzica le corde del violino per poi comprimerle virilmente con la bacchetta. Beter Go Home Now, la traccia successiva, è il format definitivo del marchio della band, Ellis in primo piano che suona come sul ponte di una nave, White a cadenzare deciso e Turner efficacissimo in sottocoperta.
Odd Couple, con la fisarmonica di Tony Wyzenbeek, aggiunge profumi francesi al corpo della traccia precedente, mentre Kim’s Dirt riprende il brano della cassetta Sad And Dangeorus, migliorandone le suggestioni. Everything’s Fucked, con un violino suonato proprio come una chitarra, ha i sapori del (alt)country, il rasserenante piacere di un ritorno a casa, una canzone senza parole che tuttavia è come se le avesse.
In The Last Night, di country c’è pure la fisarmonica, e il suo refrain chitarristico sarà poi ripreso dai Papa M (Live From a Shark’s Cage, Drag City, 1999).
Infine, con Dirty Equation, il gruppo dà liberamente sfogo alla distorsione, sfoderando una traccia che, per precisione matematica, ricorda da vicino quelle dei Don Caballero (che nel 1995 avevano pubblicato il loro secondo album 2 sempre su Touch & Go). Il disco più vario dei Dirty Three e, dopo Ocean Songs, quello suonato con maggiore passione.
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