Promesse da mantenere. Intervista ai King Hannah
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Valentina Zona
- 21 Febbraio 2022
Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine, l’EP dei King Hannah uscito alla fine del 2020, dopo una partenza quasi in sordina, ha pian piano fatto guadagnare alla formazione di Liverpool lo scettro di Next Big Thing, suggellato da un Guardian che li ha ospitati nella sezione One To Watch, mentre il fenomeno esplodeva sulla scia della cover di Bruce Springsteen State Trooper, pubblicata nel 2021. Merito di una sapiente capacità di attingere con intelligenza da una molteplicità di fonti autorevoli senza ombra di timore reverenziale: dagli Opal/Mazzy Star a PJ Harvey, da Kurt Vile a Sharon Van Etten, passando per The War On Drugs e persino i Portishead. Hannah Merrick e Craig Whittle hanno fatto proseliti in ogni dove con il loro blues oscuro, conturbante e lisergico, alimentando un’attesa spasmodica per la prova sulla lunga distanza.
I Am Not Sorry, I Was Just Being Me, in uscita il 25 febbraio via City Slang, non deluderà di certo le aspettative: ancora più padroni del suono, ancora più taglienti nei testi, i King Hannah si candidano ad essere una delle cose più interessanti che ascolteremo nel primo semestre del 2022. In occasione dell’uscita, abbiamo raggiunto la band per parlarne più approfonditamente.
Il vostro sembra un incontro predestinato. Ho letto da qualche parte che il progetto si chiamava King Hannah ancora prima che Hannah facesse parte della band. Come vi siete conosciuti?
Craig: Ho incontrato Hannah quando sono stato assunto in un bar dove lei lavorava già da un po’, e durante il mio primo turno ha dovuto insegnarmi a pulire i tavoli, a gestire gli ordini e tutte quelle cose noiose da bar. L’ho riconosciuta subito perché ricordavo di averla vista qualche anno prima a una serata musicale universitaria, dove aveva suonato una delle sue canzoni con la chitarra acustica e mi aveva assolutamente sbalordito. Le ho raccontato tutto questo durante quel mio primo turno e probabilmente le sarò sembrato uno stalker psicopatico. Ma andavamo così d’accordo, volevamo le stesse cose dalla musica e avevamo gusti molto simili, quindi è nata la band.
Il vostro EP è stato molto acclamato, ma mi pare che con questo disco abbiate ulteriormente definito la vostra identità e la vostra ispirazione. Qual è il sentimento prevalente che ha accompagnato il processo di lavorazione del disco?
Craig: Grazie molte! L’intera faccenda è un processo di apprendimento, una specie di “prova e ritenta ancora”: impari a distinguere le cose che ti piacciono da quelle parti che non ami poi così tanto. L’EP è stato un buon punto di partenza, ma alcune cose semplicemente non suonavano come volevamo e non rappresentavano chi siamo come musicisti e ciò che amiamo di più nella musica. Per l’album abbiamo cercato di essere molto più sicuri nel processo di registrazione, usando meno tracce per dare più spazio alle canzoni e gestendo le cose in maniera molto più intensa di quanto non avessimo fatto nell’EP. Adoriamo quel suono lo-fi DIY anni ’90 e abbiamo fatto del nostro meglio per riportarlo nel nuovo disco, visto che si tratta della musica che ci tocca di più.
Tra tutti i brani, l’apripista Well-Made Woman mi ha colpito molto sin dal titolo, sia per la sottile ironia che, ammettiamolo, per una certa cattiveria di fondo. A una donna si chiedono oggi tante cose affinché la si possa definire “ben fatta”. Qual è la più odiosa di tutte?
Hannah: Onestamente, sostengo tutte le donne che si sforzano di migliorare sé stesse e che lavorano dannatamente duro per farlo: credo che queste siano le qualità più belle e interessanti che chiunque possa avere. A Well-Made Woman riguarda tutte quelle cose che personalmente mi fanno sentire più forte e in pieno controllo di me stessa. Penso che sia importante incoraggiarci tutti a vicenda, anche per quanto riguarda gli uomini ovviamente, a dare il meglio di noi stessi. Lead with kindness!
Il singolo Big Big Baby ha dentro una buona dose di ferocia: durante un dialogo immaginario con il suo interlocutore – presumibilmente un amante fedifrago e che per giunta ha messo incinta la sua nuova fiamma – la sua ex gli augura di soffocarsi con un raviolo, così almeno avrebbe almeno una speranza di sembrare divertente. Mi ha ricordato gli anatemi di Alanis Morissette ai tempi di You Oughta Know, ma con la classe di PJ Harvey. Se doveste delineare un quadro delle vostre principali influenze, chi mettereste in cima alla lista?
Hannah & Craig: Grazie!! Le nostre influenze variano e cambiano nel tempo, ma in cima abbiamo Bill Callahan, Sun Kil Moon, PJ Harvey, Portishead, Mazzy Star, Yo La Tengo e Neil Young, solo per citarne alcuni.
Nel disco torna spesso un velato attacco a una certa mascolinità tossica (infantile e umiliante nei confronti delle donne), come succede anche in Foolius Caeser. Sappiamo tutti fin troppo bene quanto il patriarcato sia ancora un problema nella nostra vita quotidiana, ma quanto lo è anche nell’industria discografica?
Hannah: Non posso parlare a nome di tutti e ovviamente sono consapevole che è ancora un grosso problema, ma mi sento molto fortunata in quanto finora non ho riscontrato cattiverie, forse sono una delle poche fortunate!
Tante belle realtà della Gran Bretagna stanno emergendo a livello globale: oltre a voi, mi vengono in mente Black Country, New Road, i Dry Cleaning e le Goat Girls. Mi colpisce pensare che nel mondo contemporaneo, però, sia difficile parlare di una vera e propria “scena”: ci sono tante entità frammentate e molto slegate tra loro. È un vantaggio o un disvalore per voi? E da cosa dipende?
Craig: Non è un grosso problema per noi. C’è sicuramente un’ondata di band britanniche che stanno andando bene in questo momento, ed essere nominati tra loro è per noi un enorme vantaggio e un grande onore. Ma ci piace anche stare da soli, scrivere la nostra musica lontano dal mondo, nelle nostre camere da letto. In verità non abbiamo mai sentito l’esigenza di far parte di una scena. Forse è solo un segno dei tempi.
Sto leggendo un libro sul rapporto tra silenzio e musica rock. La teoria di fondo (per certi versi antitetica a quanto sosteneva John Cage con la sua famosa performance 4’33) è che il rock sia in costante rapporto con il silenzio, che di volta in volta viene graffiato, accarezzato, aggredito, coccolato, nascosto, violentato, colorato o abbracciato. Come definireste il rapporto della vostra musica con il silenzio?
Craig: Non ci abbiamo mai pensato! Credo che per noi il silenzio sia un modo in cui il mondo reale si insinua nella musica – i momenti tranquilli in cui puoi sentire lo scricchiolio di uno sgabello del pianoforte o il ronzio di un amplificatore prima che la chitarra inizi a suonare – sono momenti che conferiscono un’umanità alla musica e rendono l’intera esperienza molto più significativa ed emozionante. Non so se questo risponda alla tua domanda, ma posso immaginare che il silenzio sia per noi il modo in cui i momenti più intimi della musica ti strisciano sotto la pelle.
Canzoni come I’m Not Sorry, I Was Just Being Me – come molti altri brani del disco (penso a All Being Fine) – sono intrise di nostalgia. È come contemplare un tempo in cui ci si poteva permettere di essere onesti (non a caso si parla al passato). Diventare adulti significa per molti rinunciare ai propri sogni e iniziare ad accettare compromessi. Quali compromessi non sareste mai disposti ad accettare per raggiungere un pubblico più ampio?
Hannah: Per noi è estremamente importante fare la musica che vogliamo fare, poiché questo è ciò che resisterà alla prova del tempo. La differenza tra noi che amiamo ciò che suoniamo e quelli che invece non lo fanno è come la notte e il giorno, è enorme, è tutto.
Mi ha molto commosso la traccia finale del disco, It’s Me and You, Kid, dove è chiaro che uno di voi si rivolge all’altro, guardando a tutto quello che avete fatto per arrivare dove siete arrivati. È una canzone che descrive il prendersi per mano ogni giorno. Mi ha ricordato quello che mi disse un’amica anni fa: avere una band è come essere sposati. C’è una promessa più importante tra tutte quelle che ci si fa quando si suona insieme?
Hannah: Grazie! “It’s Me and You, Kid” è un motto che ci ripetiamo da anni ancor prima che diventasse un testo. Siamo incredibilmente solidali l’una con l’altro e comprendiamo i rispettivi sentimenti e spazi, e se in qualsiasi momento uno di noi si sente sopraffatto o giù di morale, la frase è il nostro piccolo modo per rassicurarci che tutto andrà bene, che abbiamo noi stessi. Penso che sia la nostra promessa più importante!

