Recensioni

C’è un filo rosso a legare concerti, incontri e mostra del Medimex di quest’anno: le storie di vita. Biografie di musicisti e fotografi che si intrecciano a una molteplicità di contesti, primo fra tutti quello che ha visto la nascita del punk e le celebrazioni per il suo cinquantesimo anniversario. Un tema che ha attraversato trasversalmente la proposta dell’International Festival & Music Conference promosso da Regione Puglia e Puglia Culture: dal video mapping Hey! Ho! Let’s Go! proiettato al Castello Aragonese alla mostra di Roberta Bayley dedicata ai Ramones e al CBGB’s al MArTA, fino al talk sul mitologico club newyorchese e all’esibizione di alcuni dei suoi protagonisti riuniti nella NYC Redux Band, formazione tributo al repertorio di Joey Ramone, Dee Dee, Johnny e Tommy.

Ispirata al punk e alle fanzine DIY è stata anche la grafica scelta per questa edizione: dal pantone rosa-fucsia acceso dello sfondo all’uso dei cut-out fotografici, dai collage d’ispirazione pop-art alle grafiche che ricordano grandi decalcomanie. Di matrice punk, volontaria o meno, è stata anche l’esibizione degli Suede, con la band intenta a proporre versioni tiratissime di alcuni classici e un Brett Anderson più scatenato che mai, persino rispetto ai suoi abituali standard amfetaminici.

Il successo di questa edizione del festival, che ha portato la musica al centro di Taranto dal 17 al 21 giugno, risiede proprio nell’intreccio naturale tra i racconti di alcune leggende viventi del (post)punk come Kid Congo Powers e testimoni privilegiate di un’epoca come la fotografa Roberta Bayley, e la dimensione concertistica del palco della Rotonda del Lungomare, vera cassa di risonanza del programma. Dalle aule universitarie all’imponente stage all’aperto, la qualità è stata il vero filo conduttore.

Bravi i moderatori — Cécile B, Luca De Gennaro, Silvia Boschero e Damir Ivic — nel tenere la barra dritta davanti a storie larger than life, dove andare fuori tema è quasi inevitabile. Ma soprattutto impagabili gli ospiti, tra i quali figuravano anche protagonisti di terza (o quarta?) generazione del punk, se così li si può definire: Eugene Hütz dei Gogol Bordello (leggenda vuole che abbia accompagnato ogni giornata del festival con vino rosso, dalla colazione alla cena) e Brian Chase degli Yeah Yeah Yeahs.

Con loro, più che discutere del nuovo panorama musicale tra Stati Uniti ed Europa, si è finiti per ripercorrere quello spirito di unità e sostegno reciproco che animava la scena immortalata in Meet Me in the Bathroom, quella che tra fine anni Novanta e primi Duemila ha generato il garage e post-punk revival di Strokes, Interpol e altri.

La Grande Mela fa da collante anche a un altro racconto centrale del Medimex di quest’anno, quello dedicato a Jeff Buckley, evocato da Eugenio Finardi da un’angolazione tecnico-musicale. Nel dialogo non è emerso, ma il Sin-é, storico caffè di St. Mark’s Place nell’East Village dove l’autore di Grace si è formato, si trovava a pochi isolati dall’abitazione della Bayley, tra le voci più preziose di questa edizione.

Indispensabile il suo racconto del CBGB’s e del suo ruolo di osservatrice privilegiata, spesso seduta alla porta o sul divano subito dietro l’ingresso: posizione strategica per parlare con tutti i protagonisti di quegli anni, a partire dai Blondie. Divertente la sua smitizzazione del culto dei bagni del locale («voi maschi avete un’ossessione per i cessi») e del dress code, lei che vestiva eleganti camicie di seta («nessuno se n’è mai lamentato»). Spassoso anche il momento in cui ha zittito De Gennaro, dilungatosi sulla scena britannica («se sono qui è per parlare di New York, non farmi perdere tempo»), così come la rievocazione della celebre rissa tra Jayne County e Richard Manitoba, episodio entrato nella leggenda e raccontato in numerosi libri, tra cui Please Kill Me.

Nel medesimo talk è intervenuto anche Kid Congo Powers, protagonista assoluto del post-punk con Gun Club, Cramps e Bad Seeds. La sua storia nasce da un aneddoto folgorante: Jeffrey Lee Pierce gli dice «dovresti suonare con noi» e lui risponde «ma non so suonare alcuno strumento, non possiedo nemmeno una chitarra». «Nessun problema», ribatte Pierce, «ti presto la mia». Una carriera vissuta all’insegna di una costante impostor syndrome che, a detta uno dei suoi interpreti più celebrati, diventa anche sinonimo di umiltà e generosità.

Neil Tennant, Pet Shop Boys

Lo stesso cuore mostrato da Finardi, al netto di un ego non sempre facile da contenere, nel racconto dedicato a Buckley, intitolato non proprio felicemente It’s Never Over, come l’omonimo documentario di Amy Berg. Il legame con il film resta soprattutto nominale, ma il taglio tecnico-divulgativo scelto per raccontare voce e talento di Buckley restituisce comunque un ritratto vivo e partecipe.

Interessanti, in tal senso, i paragoni con alcuni riferimenti dichiarati. Finardi accosta Nina Simone a Robert Plant: la prima come esempio di liberazione totale del gesto vocale, il secondo più legato a una tradizione blues rielaborata e poi infranta attraverso urla, strappi e improvvise impennate espressive.

Un po’ scolastico ma efficace, e ben ritmato tra parole, immagini e live band, il racconto dedicato al periodo clou della carriera di Stevie Wonder (curioso il segmento sulle partecipazioni sanremesi), meno fluido quello sulle scelte dell’ultimo tour di Bruce Springsteen, il più politico della sua carriera con Tom Morello al fianco, costruito alternando fan video dalla modesta qualità audio e brevi interventi sul significato dei brani. Qui il picco emotivo coincide con l’esecuzione di Streets Of Minneapolis, sottotitolata in italiano.

Dei live si è già accennato: i Suede, non particolarmente popolari presso il grande pubblico italiano (singalong non proprio partecipati), hanno offerto in barba a ogni pronostico un set degno di Glastonbury. Brett Anderson, più intento a muoversi fisicamente tra il pubblico che a una mera esecuzione frontale, e una band compatta nel spingere su volumi e distorsioni, hanno dato vita a un concerto che finisce di diritto negli annali della manifestazione. Di tutt’altra natura Dreamworld, il dispositivo multimediale dei Pet Shop Boys — di cui abbiamo parlato anche in separata sede — uno show strutturato e insieme impeccabile nel restituire la loro storia in forma di (retro)futuro teatrale e digitale, con i brani rielaborati ma sempre centrali. Perfetti anche gli Slowdive, che dalla reunion a oggi non sembrano vivere una seconda carriera, ma una carriera nuova. Quattro i brani dalle ultime due prove everything is alive e dall’omonimo debutto, con un finale maestoso in cui il bordone shoegaze ha investito la Rotonda come un uragano.

Ci sarebbero ancora molte cose da raccontare. Vale almeno la pena citare la sezione hip hop, dove spiccano le origin story di Shablo e Murubutu, entrambi intenti a intrecciare biografia personale ed evoluzione del rap italiano: dall’ortodossia degli anni ’90 alla sua progressiva standardizzazione e brandizzazione. Due traiettorie diverse e complementari, una tra Italia e Olanda e l’altra fieramente radicata a Reggio Emilia: prospettive utili a leggere nascita, crescita e trasformazione dell’hip hop nel Paese.

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