Recensioni

In quindici anni di acqua sotto ai ponti ne passa parecchia, si cambia come cambia anche il mondo, eppure ci sono alcune cose che rimangono delle piacevoli costanti. Una di queste è sicuramente la collaborazione tra Bonnie “Prince” Billy, un nome di rilievo del cantautorato americano, e Matt Sweeney, famoso ai più per la sua partecipazione agli Zwan di Billy Corgan, ma con un curriculum fatto di importanti esperienze post-core, tra cui la militanza nei Chavez. I due amici si rincontrano dopo l’album collaborativo Superwolf del 2005, con una voglia di fare ancora danni nel nuovo Superwolves. Un lavoro che nel sin dal titolo riconosce un’alchimia sempre più profonda tra i testi del primo e le qualità compositive del secondo.
Elementi che si ricompongono piacevolmente in queste nuove canzoni, confermando la distintiva capacità del duo nel praticare la classicità come se non lo fosse, utilizzando formule antiche ma con un linguaggio personale, che sa essere al tempo stesso nuovo e ancestrale, dolce e oscuro, toccante e sporco. Una caratteristica che fa la differenza attraverso il particolare equilibrio tra contrasti inaspettati, ottenendo una strana via di mezzo tra il senso della fine dell’antologia di Spoon River e delle murder ballads filosofiche.
Un sentire che gioca con il calore delle ombre e il buio dei pensieri più candidi, quello che mescola dolcezza e dolore in modo disarmante nel suggestivo folk di God is Waiting, sognante e delicato ma con un testo acre e deciso («God can fuck herself / and does / hardcore»); che sonda i luoghi bui dell’esistenza in Good to My Girls, racconto di una maitresse che riflette sulle responsabilità che ha nei confronti delle donne che gestisce; oppure che nell’ottima Make Worry For Me scivola tra Bad Seeds e Jackson Browne, alludendo alla minacciosa turpitudine dell’animo umano («I’ve got monsters inside me that must be born / Let me shut up my mouth now and blow this horn»). Mentre la personale dedica di Will Oldham a sua figlia, al contrario, si tinge di profonda melanconia gotica (My Popsicle).
Un discorso che si dipana tra melodie estatiche che rimandano ai vari Gene Clark, Gram Parsons e Townes Van Zandt, e persino al tiro di un Donovan (Watch What Happens e Shorty’s Ark), da cui si staccano brani intarsiati di psichedelia africana, come nella riproposizione del tradizionale folk irlandese, I Am A Youth Inclined To Ramble, impreziosito dalla chitarra di Mdou Moctar, o in Hall Of Death (altro pezzo da novanta), esacerbato da un conturbante uptempo afrobeat che vede assieme ai nostri il produttore Tuareg Ahmoudou Madassane.
Come il suo predecessore, Superwolves è un lavoro incontenibile in una semplice definizione esaustiva, un flusso amabile e inquieto da cui vale davvero la pena lasciarsi attraversare.
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