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7.5

Historian puzzle over exactly what makes someone become a radical, why radicals exist. As a historian, I wonder the opposite: why everyone is not a radical
A.J.P. Taylor

Matt Elliott, personalità scostante e oltremodo appartata della musica rock “di ricerca” degli ultimi anni, sigla con questa citazione di A.J.P. Taylor — uno degli storici inglesi più dibattuti e controversi, cui si devono tra le altre cose un attento studio sui problemi dell’unificazione italiana e, ancor di più, un approccio radicale agli eventi storici — un disco che ha tutti i connotati del piccolo classico da collezione, di quelli che solo la polvere smossa degli appassionati potrà conservare a memoria.

Le sette Drinking Songs (l’ottava è un remix dal primo disco e non va contata per stessa ammissione di Elliott) sono altrettante riflessioni sugli eventi della vita, sul fato, su tutti quelli caduti vittima di meccanismi più grandi di loro. Epitaffi nostalgici e malinconici che trasudano spleen esistenziale.

Andando a ritroso, questo è il passo successivo a The Mess We Made, il disco del 2003 che segnò — per la prima volta senza l’appellativo Third Eye Foundation — l’affacciarsi solista di questo timido bristoliano trapiantato in Francia. Di quell’esperienza il Nostro conserva tutt’oggi la capacità di manipolare i suoni, trattandone la filigrana con intelligenza e buon gusto. Ma se il suono TEF era essenzialmente elettronico, quello dei dischi solisti è prettamente folk. Un folk fantasma, ovattato, rivisitato e filtrato dall’elemento elettronico.

Profondamente radicato nella tradizione europea, il folk di Matt Elliott lambisce i territori della musica balcanica e dell’Est Europa, finendo per sembrare, in alcuni passaggi, un parente depresso di Yann Tiersen (già omaggiato, del resto, sul disco di remix di Third Eye Foundation, I Poo Poo On Your Ju Ju). Sin dalle iniziali C.F. Bundy e Trying to Explain, gli arrangiamenti seguono le stesse coordinate per tutto il disco: arpeggi di chitarra, timide frasi di piano in sottofondo, ed evocativo coro di voci; tra la disperazione e l’abbandono di The Guilty Party (“’Cause we can never undo / All the stupid things we do”), la bossa nova da disperati ubriachi di periferia di What’s Wrong e la struggente dedica “to those lost at sea” di The Kursk (sorta di appendice ambientale alla splendida Sinking Ship Song, presente su The Mess We Made), il tono si fa sempre più melodrammatico, arricchito anche da cori di vago sapore morriconiano.

Tetra, passionale e incredibilmente malinconica, la musica di Matt Elliott viaggia su lunghezze totalmente e volutamente diverse da quelle dell’attualità rock, e si nutre di atmosfere e soluzioni ormai sempre più in disuso. Troppo diverso e rétro per piacere alla maggioranza degli ascoltatori indie, Elliott seguirà un destino analogo a quello dei suoi piccoli eroi dimenticati dal tempo e dalla storia. Ma certo è che, se anche un solo cuore sarà conquistato dal suo timido e alcolico folk da bettola, il suo sforzo non sarà stato vano.

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