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7.3

Non lascia molte speranze l’introduttiva The End Of Days, title track del nuovo album di Matt Elliott: «And everything is lost / And all the hope is drained / And evеn all the smiles on children’s facеs bring you pain / When you think of what they’ll face / And if they’ll even come of age / A world resigned to flame / Because we’ve burned it all away / In the same complacent way / That we burn everything away».

OK, per il Nostro l’ottimismo non è mai stato il profumo della vita, ma i testi e le musiche del disco da studio numero 10 del musicista di Bristol scartavetrano una complessità emotiva ancora più funerea rispetto al passato, se si eccettua il bellissimo strumentale Healing A Wound Will Often Begin With a Bruise. Nulla di nuovo sotto il sole, sia chiaro: Elliott ci ha abituati fin dai tempi della tetralogia formata da Drinking Songs, Failing Songs, Howling Songs e Failed Songs a una musica capace di unire la malinconia del blues, l’essenzialità inquieta dello stesso folk greco che aveva stregato anche il primo Leonard Cohen e la Spagna degli arpeggi di chitarra acustica che reggono tutto l’immaginario del musicista. Qui non si fa altro che metterla a frutto nel modo migliore, grazie anche a un minimalismo strumentale asciutto ma efficacissimo.

Ascoltate un brano come Song Of Consolation e capirete di cosa parlo: una circolarità melodica crepuscolare e catartica, in cui anche il sax suonato dallo stesso Elliott e il pianoforte ectoplasmatico di David Chalmin (co-produttore del disco) non fanno che accodarsi a una lunga carovana di angosce da brividi, senza tentare la minima apertura. Stesso discorso per i 12 minuti di una Flowers For Bea che sgocciola un senso di blues mesmerico e dolente grazie anche al contrabbasso suonato con l’archetto da Jeff Hallam, o magari per una January’s Song che diventa un sussurro capace di parlare all’anima con la trascendenza della musica sacra.

Banale dirlo, ma non c’è niente di nuovo in questo disco di Matt Elliott. Eppure tutto suona assolutamente necessario ed appagante, ancora più radicato nelle profondità di una scrittura che ad ogni album ritrova le stesse inquietudini, di volta in volta più o meno drammatiche ma sempre incredibilmente reali.

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