Recensioni

Ce li figuriamo chiari, i confini dell’Europa perennemente in fieri della contemporaneità. I contorni empatici dei cugini e dei fratelli d’oltralpe, le contraddizioni da grosse koalition tedesca, le austerità dei paesi scandinavi, le vetuste desolazioni dei Balcani, le sottili e cupe recrudescenze totalitarie della Russia putiniana, fino al sentimento islamico che bussa dalle porte di Istanbul. Le “canzoni del fallimento” parlano anche di questo, del posto da cui veniamo e del ruolo che ciascuno di noi ha con quello che si può cambiare e quello che da secoli resta e resterà per sempre immutabile. Qui si registra il fallimento di un’ipotesi migliore per il nostro accadere quotidiano.
Terza parte di un’ideale trilogia sulle radici di noi stessi, cominciata con la presa di coscienza del disastro (The Mess We Made) e con la successiva sbornia per cancellare dalla mente i sentimenti di una colpa troppo grande da poter sopportare (Drinking Songs), Failing Songs è la presa di coscienza. Presa di coscienza che in piccolo, per Matt Elliott, significa anche venire a patti con il suo nuovo ruolo di cantautore. Failing Songs è il disco della definitiva consacrazione folk. Il bozzolo che finalmente si schiude e diventa farfalla. Le dodici canzoni del programma sono infatti piccoli e meditati costrutti folk che non hanno neppure più un grammo di quella lanugine elettronica che si posava sui due predecessori.
Dallo splendido isolamento francese in cui si è ritirato, Matt Elliott gioca a fare l’asceta che scrive canzoni in odore di eternità. Canzoni classiche e asciutte, come fatte da un Leonard Cohen che balla un Satantango sulle rovine della modernità. Our Weight In Oil, Chains o ancora Broken Bones sono intrise fino alle ossa di umori europei, senza per questo assumere una posa folkloristica o anche solo allinearsi di striscio a questa timida balcanic wave, smossa quest’anno da Jeremy Barnes con A Hawk And A Hawksaw e dai Beirut di Zach Condon. Matt Elliott parla un idioma più antico con l’abilità di saperlo rendere attuale. Allora è anche possibile citare il Theodorakis di Zorba il Greco e invocare il fantasma della Callas, ululare con i cori morriconiani e piantare i semi per un domani migliore, se non per un prato, almeno per un giardino.
Amazon
