Recensioni

Dopo un documentario e un imponente boxset che ne ha celebrato il legame, Omar Rodríguez-López e Cedric Bixler-Zavala, ovvero le menti visionarie dietro ai Mars Volta, pubblicano il secondo album dalla loro reunion del 2019. Il titolo questa volta – Lucro Sucio; Los Ojos del Vacío – è direttamente in spagnolo, proprio come quello scelto per il gemello latino (e acustico) dell’omonimo lavoro del 2022 (Que Dios Te Maldiga Mi Corazón), che ne aveva sancito il ritorno con una formula ibrida fatta di latin fusion anni ’70, spanish rock, dub, psichedelia e free jazz.
Se molte delle tracce di questo “Profitto Sporco; Gli Occhi del Vuoto” sono in spagnolo – Reina Tormenta, Mictlán e Detrás de la Puerta Dorada tra le altre – scelta che riflette ancora una volta l’identità profondamente bilingue della band, le sue disincantate tematiche convergono ancora una volta su un misto di critica sociale e introspezione esistenziale. Il disco spinge ulteriormente verso una già spinta libertà compositiva, addentrandosi in una commistione variegata di generi e stili con un blend afoso di soul, jazz e psichedelia che resta l’architrave su cui poggiano le numerose tracce/colonne di un progetto immersivo e totalizzante.
Con synth saturi ad agitare arie già inquiete (Cue the Sun) e registrazioni ambientali a introdurre un senso d’evanescente determinismo, Lucro Sucio; Los Ojos del Vacío non rinuncia a quel setting settantiano che ha sempre abitato l’immaginario dei Mars Volta, ma lo aggiorna, lo contamina, lo sospinge oltre. Le composizioni fondono e confondono i confini di una latinità che si fa universale, osservata attraverso lenti che vanno da Miles Davis a Herbie Hancock, fino alle derive canterburiane di Matching Mole e Robert Wyatt (la psichedelia jazzy di Voice in My Knives, il falsetto wyattiano di Celaje) e alle armonizzazioni vocali dei Bee Gees pre-disco (Morgana).
In Un Disparo al Vacío, emerge un’esplicita citazione al mondo sonoro di Arto Lindsay, tra ritmi brasiliani e no wave. La traccia richiama proprio quel punto di contatto instabile ma affascinante tra calore latino e tensione metropolitana che caratterizzava i lavori di Lindsay tra gli anni ’90 e 2000. Un’eco che si avverte nei silenzi spezzati, nelle percussioni incerte, nei riverberi metallici che coesistono con una sensualità obliqua e scomposta.
Ogni traccia fluisce naturalmente dentro l’altra, tra rasserenamenti (Poseedora de mi sombra), presagi (Lucro Sucio) e tensione (Celaje), dando forma a un caleidoscopio sonoro complesso, ipnotico, febbrile, perfetto contraltare della sulfurea sound art di Nicolas Jaar. Un disco che, ancor di più che nell’omonimo predecessore del 2022, accoglie l’ascoltatore in uno spazio sfuggente e stratificato, in cui è difficile orientarsi, ma ancor più difficile volersene tirar fuori.
Il lavoro è stato presentato in anteprima, integralmente dal vivo, durante il recente tour con i Deftones: una scelta coerente con l’approccio della band, che ha preferito il palco agli algoritmi, e con un lavoro vivo e generoso come pochi ascoltati negli ultimi anni.
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