Recensioni

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Coi Mars Volta eravamo rimasti al 2012, anno di pubblicazione di Noctourniquet, ultimo loro album in studio prima dello stop alle attività. Dopo dieci anni e rotti di assenza dalle scene, ce li meritavamo proprio tutti i dieci minuti e rotti (più di undici, in verità, ma tra voci e rumori di fondo, prima che inizi la musica passano quei buoni 60-70 secondi) del video abbinato al singolo di lancio Blacklight Shine (sul disco però il pezzo è “sfrondato” a tre minuti scarsi di durata).

Ce li meritavamo tutti anche perché negli ultimi tre anni l’attesa (fomentata dalla pubblicazione, nel 2021, di un imponente boxset vinilico di 18 album) era diventata insostenibile, visto che il nuovo lavoro era stato ampiamente annunciato fin da quel 2019 che segnò la riesumazione della sigla dopo un periodo comunque tutt’altro che di inattività per i due titolari. Nel frattempo, infatti, Omar Rodríguez-López e Cedric Bixler-Zavala avevano riformato gli At the Drive In per una serie di concerti e un album in studio, in•ter a•li•a, uscito in 2017 (e seguito, l’anno successivo, da una nuova messa in pausa del progetto a tempo indeterminato).

Blacklight Shine, dicevamo: abbiamo fatto fatica a riconoscere i MV (e non è stata certo la prima volta in carriera) così “pittati” di questo trip latin fusion anni ’70 oliato da essenze lisergiche che porta dritti sulle spiagge di Haiti o Porto Rico, tra balli e canti tradizionali, percussioni voodoo e riti propiziatori. Per non parlare della successiva anticipazione, Graveyard Love, dal pulsante tiro elettronico/allucinato, ad allargare la visuale verso ulteriori direzioni; e del terzo assaggio, Vigil, condensato stavolta in dolci ondate di pop dal piglio soul e retrogusto beatlesiano. Un trittico di pezzi che ha riassunto e anticipato il senso dell’intera settima fatica del tandem, quel miscelare i generi più disparati dall’alto di una sapienza musicale che può permettersi – e se la concede senza troppi complimenti – cattedratica beffardaggine. Afflato arty che tuttavia non suona mai odioso o molesto. I due custodi del marchio hanno infatti plasmato un’opera non solo allo stesso tempo sperimentale e pop, sofisticata e accessibile, ma che estremizza le due accezioni fino ai rispettivi limiti massimi. Nel nuovo lavoro dei texani convivono azzardi e sicurezze, caos e disciplina, cacofonia e minimalismo; e vi trovano spazio aromi caraibici, elettronica, spanish rock, psichedelia, free-jazz, art-punk, emo, dub e svariati altri rimandi.

Dopo vent’anni di carriera (più il vissuto precedente negli At The Drive In) Omar e Cedric – qui affiancati da Willy Rodriguez Quiñones (batteria), Eva Gardner (basso) e il fratello minore di Omar, Marcel Rodríguez-López (tastiere) – hanno ancora voglia di reinventarsi prendendo le distanze da loro stessi ma fornendo al contempo un distillato della produzione passata. Eclettici benché ancorati all’uniformità di fondo, visionari benché l’afflato di queste 14 tracce rintracci radici nel passato e segnatamente nel periodo in cui i due artisti erano al lavoro su Cryptomnesia, l’album di debutto del progetto El Grupo Nuevo de Omar Rodriguez Lopez: fu lì che ebbero per la prima volta l’idea di fare un disco pop e questo nuovo capitolo potremmo quasi considerarlo come il successore spirituale di Octahedron (2009) più che del non indimenticabile e summenzionato Noctourniquet.

Oddio, il pop di The Mars Volta va preso con le molle, non aspettatevi mollezza né tantomeno calcolo o pusillanimità; anzi di rischi se ne prendono eccome, i Nostri. L’ascolto richiede attenzione, predisposizione, ma va giù filato, non resta indigesto. «La cultura non è una cosa, ma un modo di fare le cose», diceva Angelo Guglielmi, compianto ex direttore di Rai3. Ecco, i Mars Volta fanno pop in modo colto. Attingono al folclore, al passato, alla leggenda, e lo rielaborano per mezzo di una sensibilità dotta e di un taglio avanguardistico, restituendolo investito di nuova luce al mondo da cui l’avevano preso a prestito. Pigliate una Qué Dios Te Maldiga Mí Corazón, sesta traccia in scaletta: in mano a un Enrique Iglesias sarebbe sembrata sterco da aperitivo spiaggiarolo ma in mano loro diventa un prelibato e raffinato profiterole da pranzo nuziale. Oppure The Case Gain: di per sé niente di che eppure intesa alla loro maniera ha un irresistibile brio catchy. D’altro canto, rendere facile il difficile è la cifra di Flash Burns From Flashbacks, dagli innesti free-jazz/R&B, di Palm Full Of Crux, che al mitico fiabesque del lascito progressive affianca piglio allucinogeno e toni da stadio, di ballate come la suadente Shore Story e l’oscura Blank Condolences o dell’ipnotica e sospesa The Requisition, che chiude il lotto.

Si sa che dopo i quarant’anni si diventa nostalgici, e se superata quella soglia doveste mai cogliervi un raptus depressivo/passatistico per cui buttereste volentieri nel cesso tutta la musica del XXI secolo, prima di tirare la catena controllate di aver separato gli escrementi dalle perle che inavvertitamente potreste aver ingerito. Insomma, ricordatevi dei Mars Volta e di come hanno provato – e stanno ancora provando – a dare un senso al futuro.

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