Recensioni

Se vogliamo stare al gioco, dobbiamo giocare, dobbiamo predisporci a mente libera, svincolati dalle percezioni nostalgiche che legano il nostro universo adolescenziale ai Marlene Kuntz. È bene dirlo subito: i Marlene del 2014 non sono e non saranno mai quelli del 1994, ma, in questo tour di celebrazioni del ventennale di Catartica, hanno voluto giocare (con un po’ di furbizia) a farci credere che fosse così. L’operazione, invero, non è per nulla sciocca: i tre piemontesi (con l’aggiunta di Luca Saporiti aka Legash al basso) ci hanno attirato nella tana del bianconiglio con la “scusa” di farci riascoltare Catartica, di liberarci dal giogo della svolta cantautorale, per metterci, in realtà, di fronte al nuovo Pansonica, creato, in maniera disorganica ma non per questo meno intrigante, sulle ceneri delle session di vent’anni fa.
Il dubbio, dunque, è preliminare: il revival nostalgico che, come abbiamo appurato, non è fine a se stesso, ma propedeutico all’ascolto (e quindi alla promozione) del nuovo Pansonica, è effettivamente nelle corde dei Marlene Kuntz? Come ci si sente a suonare canzoni scritte e pensate da/per adolescenti, con il doppio degli anni sul groppone e una carriera che, passando da Sanremo, li ha visti, fino a soli due anni, fa, virare verso tutt’altre sonorità? In definitiva: quanto c’è di marketing e quanto di genuino ritorno alle origini in Pansonica-disco/Catartica-tour?
In medio stat virtus, direbbe il filosofo latino, e, come d’altronde lascia intuire il termine utilizzato in tutte le promozioni del caso – “celebrazione” – viene facile immaginare che i Nostri abbiano colto al volo l’assist del “tempo andato” tanto per ritrovare un po’ di quello spirito energico originario, quanto per tirare nel calderone altre pietanze speculative (siano esse introiti vari o fan di vecchia o lunga data). Il risultato è un Locomotiv Club sold out per la data del 13 novembre, a cui ne è stata aggiunta un’altra il giorno precedente, che ha visto la sala del locale di Bologna gremirsi in ogni caso. La fauna è variegata, come a confermare che il culto dell’alternative si è propagato malgrado gli ultimi episodi discografici. Ma non ci vuole una didascalia per capire, che, giovani o meno giovani, si è tutti lì per ascoltare Catartica, giacché, per lo meno su disco, Pansonica sembra un po’ fuori contesto, malgrado possa avere l’indubbio merito di trascinare le nuove schiere di ascoltatori verso i Marlene autentici dei primordi.
Prima di poterci (parzialmente) ricredere sull’esito live dei brani dell’ultimo disco, il sipario si apre a valanga su Mala Mela e 1°2°3°, un binomio che di Catartica fa emergere il profilo che negli anni in questione era descritto bene, in direzioni diverse ma con prospettive e retroterra simili, dai nascenti C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti. È solo una delle tante facce che il disco del 1994, pietra miliare del nostro rock, nasconde ed espone, a distanza di vent’anni, nell’ambiente intimo di un club, in cui il sudore e l’impatto, se possibile, diventano ancora di più elementi imprescindibili della messa in scena. Godano tira dritto senza fermarsi, senza giri di parole inutili al microfono. Tesio e Bergia risultano impeccabili nel loro tecnicismo, rispettivamente melodico (o rumoristico, forse è il caso di dire) della diavoletto rossa e ritmico, frutto dei consueti stop & go e cambi di pattern (in pieno stile post rock) che possiede l’album.
Dalle parti di Fuoco su di te e Giù Giù Giù, l’una quasi post-punk in stile Litfiba, l’altra il brano più Nirvana del disco, emergono i primi problemi vocali. Godano, personalità straripante e presenza massiccia, ha, negli anni, dosato e dispensato performance vocali di vario tipo, dimostrandosi, all’occorrenza, anche un buon cantante “classico”. Qui si trattava di re-interpretare (e chissà con quale immedesimazione) lo spleen adolescenziale dei vent’anni, tirar fuori rabbia, sputi e vomito, come i migliori Sonic Youth di una volta, e la prova non è, comprensibilmente, delle più facili. Giù Giù Giù, ad esempio, un brano di prorompente energia grunge e corale, sebbene sorretto da un muro chitarristico perfettamente efficiente e da un contesto funzionale, ha dovuto sopperire a una debolezza vocale non ignorabile. Il rischio, in questo come in altri (pochi) brani, è stato quello di vedere un Godano che, con tutto l’impegno, facesse fatica a stare dietro (col fiato, l’intonazione e, a volte, anche con la memoria) alla valanga di parole dei suoi stessi brani. Dopo il fiato ripreso e seppellito in Gioia (che mi do), che ruggisce sugli armonici come Nick Cave in controluce, Canzone di domani è il pezzo più “vocale” dell’album e, non a caso, dal vivo l’unico veramente zoppicante.
Da qui in poi, forse complice un rilassamento e riscaldamento collettivo della band, e un pubblico carico e pronto al pogo ad ogni canzone, la strada è stata in discesa. I brani di Pansonica (Donna L, Oblio, Parti) che su disco sembravano copie sbiadite dei tempi migliori, contestualizzati nel sound di quegli anni ed eseguiti dal vivo con la solita impressionante invasività, assumono significato. Lieve e Trasudamerica (le uniche, insieme alla triade degli encore, ad essere suonate live anche al di fuori delle “celebrazioni”) mantengono intatta melodia e cattiveria, Merry X-mas, nonostante uno scambio di strofe che ha creato un po’ di confusione, resta ancora un classico del rock ruggente, da cantare – com’è stato – a gole spianate; MK, che, insieme a poche altre canzoni, può essere considerata uno dei 10 migliori brani di rock targato Italia, ha comprensibilmente incendiato gli astanti; il rush finale sulle note di Festa Mesta, Sonica e Nuotando nell’aria omaggia il pubblico con una ricchezza musicale che, per quanto riguarda il genere (ma soprattutto la dedizione, la competenza e la ricerca che vi sottende), sembra oggi essersi perduta.
Dopo ettolitri di sudore e venti canzoni, i Marlene Kuntz dalle camicie eleganti e dalle canzoni sporche lasciano il palco, stringendo le mani ai presenti, come a voler ringraziare il pubblico di averli seguiti fin qui e di non averli abbandonati quando le strade potevano essere le più disparate. Noi, dal canto nostro, rincasiamo con le orecchie sanguinanti, una sensazione che in tempi come questi, in certi concerti di musica italiana, sembra essersi estinta. E, per questo, siamo grati ai Marlene Kuntz.
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