Recensioni

Come giudicare un "Best Of"? Diciamo la verità: è un dilemma che ci risparmieremmo volentieri, tanto ci sembra evitabile questo raccogliere il già raccolto, questo rituale che celebra una (vana)gloria postuma di se stessa, col prosaico seppur lecito scopo di raggranellar grana. Tuttavia, son vizietti cui nessuno o quasi sfugge, quindi perché biasimare i Marlene Kuntz se a tre lustri dal debutto si concedono questo peccatuccio veniale? Tanto vale entrare nel merito, che in casi del genere significa spesso fare l’appello e inarcare le sopracciglia per le "clamorose assenze".
E’ presto detto: tra i titoli in programma non figurano tracce come Lieve, Sonica, Ape Regina e Le putte, pezzi che ogni fedelissimo non toglierebbe dalla playlist kuntziana neanche sotto la tortura di un redivivo Bellarmino tra i deliziosi confort di Bolzaneto. Ma il fedelissimo se ne faccia una ragione, perché a mio modo di vedere è una scelta giustificata. Difatti, la selezione sembra voler porre un deciso accento sulla cifra autoriale che negli ultimi lavori ha preso il sopravvento sulle intemperanze soniche, quasi ad indicarvi un approdo naturale, l’immancabile evoluzione di un discorso che anche nell’asprezza degli esordi tirava in ballo situazioni e modi dai palpabili rimandi letterari. Un "messaggio" reso ancora più pregnante da episodi come La libertà, capolavoro firmato Gaber di cui Godano e soci s’impadroniscono con impeto e naturalezza, rimarcando assieme alle altre due cover – quella Impressioni di settembre presenza fissa nei live recenti e una sordidella Non gioco più – link sempre più saldi con la tradizione canzonettistica (in senso alto) e finanche progressiva italiana.
Se l’interpretazione fosse giusta, se – in altre parole – la stesura della scaletta riflettesse l’immagine che la band oggi ha di se stessa (e chissà quanto ha realmente pesato la volontà di Godano e soci nel redigerla), questa compilazione raggiungerebbe appieno lo scopo: tirare in ballo più o meno equamente tutti i sette album disegnando una parabola che decolla sui furori sonici per avvitarsi via via nei tormenti acri e pensosi della canzone rock adulta. Non a caso, ecco che nel bel mezzo del cammin spunta Il pregiudizio, pezzo inedito – gioia e dannazione del fedelissimo di cui sopra – che sintetizza egregiamente quanto detto confezionando una ficcante e trepida invettiva in aspra vestigia rock.
Tirate le somme, alla fine più che un’antologia rivolta al neofita bramoso di "farsi un’idea" – cui consiglierei semmai i due gustosi live H.U.P. del ’99 e S-Low del 2006 – sembra un buon pretesto per farsi una ponderazione su passato, presente e (forse) futuro di una band che – la si apprezzi o meno – in Italia ha scavato un solco ancora parecchio trafficato.
Amazon
