Recensioni

Mark Stewart. Non avrà la popolarità di certi suoi contemporanei (troppo ostico forse? Ma potrebbe essere un vanto). Eppure chi ha a cuore la sua musica – e la musica in generale – non può e non potrà sottostimarlo. Mai. Tutti sanno, o se non lo sanno lo dovrebbero sapere, che artista sia stato e di quale caratura. Non solo per il Pop Group, per inciso una delle formazioni più originali e radicali della new wave inglese nonostante il nome da “gruppo qualunque” (una delle esperienze più singolari in quel concentrato di singolarità: album come Y o For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? infiammano ancora oggi per la combinazione di urgenza espressiva e audacia sperimentale).
Anche i suoi primi lavori solisti – un crocevia di intransigenza estetica e impegno militante, amore per i suoni aggressivi, le trame spezzate, e talento per il crossover culturale – hanno creato mondi, assolutamente “suoi” ma di ispirazione per tanti. È uno dei suoi meriti l’aver trasmesso la passione per il primo hip-hop americano nella sua città natale Bristol, e dato così un input alla generazione successiva, quella di Massive Attack e Tricky. Abbiamo già parlato del primo album con i Maffia ma meriterebbe un bel discorso anche il successivo As the Veneer of Democracy Starts to Fade, per non citare che un paio di dischi: la sua arte del collage ha persino anticipato l’evoluzione dell’industrial d’oltreoceano (la linea concettuale di un pezzo come Hypnotize potrebbe toccare gli Skinny Puppy o i Nine Inch Nails di Pretty Hate Machine, anche per interposte persone come Adrian Sherwood e soprattutto Keith Leblanc). Sono almeno tre o quattro i generi di musica moderna che a Stewart devono qualcosa o di cui è stato un protagonista o a suo modo pioniere. I suoi album erano spesso una sferzata al presente e un bacio al futuro (come si intitolava, più o meno, un’antologia di qualche anno fa). Da uno così irrequieto e sempre avanti, e che non si risparmiava, si aspettavano sempre novità; non ci meraviglia sapere che quando ci ha lasciati due anni fa aveva un disco quasi pronto, quello che oggi Youth – coetaneo, amico fidato e lui stesso grandissimo musicista – ha curato e rifinito.
Ascoltandolo il dubbio può essere solo uno: consola sapere che ci ha lasciato ancora con dell’ottima musica o rende più forte il rimpianto – perché se n’è andato troppo presto quando avrebbe potuto dare ancora tanto? Comunque sia, The Fateful Symmetry è un lavoro emozionante. Anche perché più della rabbia apocalittica o dello sdegno che gli avrebbe suscitato il mondo che stiamo vivendo in diretta se fosse stato ancora tra noi, sono le emozioni più intime che arrivano per prime. “I could’ve wrote a love song” canta Mark in Memory of You, che ha l’aria di una canzone d’amore anche se un po’ enigmatica e dark (pure She’s Beyond Good and Evil, un inno del Pop Group, poteva essere una love song come una canzone politica). L’album si apre così, tra synth inquieti e dance beats su sfondo orchestrale (qualcosa del Bowie più “modernista”), e continua con Neon Girl che colpisce per la spigliatezza della melodia, con un ritornello filastrocca tra i più orecchiabili usciti al suo autore.
Non è il solito lavoro di… – e già quello che sarebbe stato un risultato di tutto riguardo – ma mostra sfumature inusuali. Per chi ha in mente l’urlo irredento di Mark e il suo radicale electro-clash (ante litteram), sono stimolanti il tono, una certa leggerezza di tocco, la cura delle atmosfere (merito anche del lavoro di Youth). Si respira un’aria di libertà in queste canzoni che spaziano tra vari riferimenti: This Is the Rain aggiunge cadenze boweiane (stavolta anni ’70) a un soul d’annata, ci sono il trip-hop di Twilight’s Child, i graffi wave di Blank Town, la finale A Long Road, ballata pianistica alla Nick Cave – com’è anche il blues trasfigurato di Crypto Religion – che in qualche modo chiude un cerchio (Cave ha ribadito in più occasione come ai tempi di Birthday Party fosse stato ispirato da Mark Stewart e dal Pop Group).
Oltre alla firma musicale e vocale, riconoscibilissima, The Fateful Symmetry dimostra quando fosse vario il suo registro di autore, anche quando torna sul vecchio pallino del reggae (Everybody’s Got to Learn Sometimes, accompagnata da un malinconico accordion oltre che dal basso profondo), o su uno dei suoi escamotages di stile più riconoscibile, a base di voce filtrata e distorsioni strumentali, che in Stable Song si scioglie in una forma di flautata psichedelia. Mancherà, la sua voce.
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