Recensioni

7.4

Che botta era stato, nel 2023, l’album d’esordio dei Mandy, Indiana (ragione sociale tra le degradate strade a stelle e strisce e l’allucinogeno film cult di Panos Cosmatos). i’ve seen a way, come da titolo, lasciava intravedere nuove possibilità nell’ibridare elettronica e noise rock in ottica futuristica-distopica. Per la prima volta su Sacred Bones, scritto durante una residenza in un inquietante studio alla periferia di Leeds, URGH lascia presagire lo stesso disgusto dell’epoca verso il mondo circostante, alla quale la band anglo-francese di base a Berlino risponde d’altronde con l’incendiaria energia anti-establishment di sempre.

Un’energia incanalata in maniera però più consapevole, tanto nel sound, maggiormente tridimensionale, ancor più martellante e pungente, quanto in ogni aspetto a latere, incluso l’artwork anch’esso in 3D realizzato dai grafici italiani Carnovsky su un’illustrazione di Andreas Vesalius, da visualizzare tramite appositi occhiali speciali o un’app che consente di focalizzare ogni singolo livello, quasi in linea con i Tool di Lateralus e 10,000 Days. Un artwork incentrato sul corpo come i tempi impongono, tra Cronenberg e Ducournau, tra dolore e mutazione.

Di livelli ce ne sono appunto tanti, nella mescola musicale forse meno sorprendente di qualche anno fa eppure attuale, nei testi che guardano al piano individuale – inclusi problemi di salute – e a quello globale, nell’immaginario. La carismatica vocalist parigina Valentine Caulfield, che canta perlopiù nella propria lingua, e i musicisti di Manchester Scott Fair (alla chitarra e alla produzione assieme al fido Daniel Fox dei Gilla Band), Simon Catling (ai synth) e Alex Macdougall (alla batteria) ordiscono un gioco maledettamente serio di ribellione dall’attitudine punk e trascendenza da rave, laddove cacofonie corrosive e ritmiche industrial-techno collidono in picchiata.

Il brutale singolo apripista Magazine mette sul piatto quanto di più intimo e drammatico, cioè il racconto di una violenza sessuale subita in prima persona da Caulfield: «Magazine è l’espressione della frustrazione e della violenza profonda che ho provato mentre cercavo di riprendermi dallo stupro. Proprio come la maggior parte delle vittime di violenza sessuale, non otterrò mai giustizia, e proprio come la maggior parte dei colpevoli, il mio aggressore non sarà mai punito. Il mio terapeuta mi ha incoraggiato a incanalare la mia rabbia in qualcosa di produttivo, quindi eccolo qui: il mio grido primordiale di vendetta. È l’unico modo che ho per dire al mio stupratore: mi hai fatto del male, quindi io farò del male a te». Concetti ai quali si collega in fondo la conclusiva I’ll Ask Her, tellurico spoken contro la cultura tossica dei club per ragazzi, e ai quali si collegavano già vecchi pezzi come Drag [Crashed].

Se Sevastopol è subito in apertura apolide incubo bellico post-sci-fi, la rocambolesca ist halt so mette in musica i movimenti di protesta, per Gaza e non solo. Vi è poi della geometria: Dodecahedron incastra ritmi iridescenti, i loop di feedback di Life Hex mandano tutto in frantumi. Un sound adesso sotto steroidi più LSD, a volte quasi come dei Crystal Castles provvisti di coscienza socio-politica, in evidenza anche in Sicko!, collaborazione rap con billy woods. Ci sono diversivi: try saying sperimenta cut-up trip hoppy, A Brighter Tomorrow dilata atmosfere comunque sia ombrose, Cursive innesca un dancefloor da Wordy Rappinghood. URGH è però nel complesso un vero e proprio assalto sonoro, un moderno disco di rivolta senza alcun compromesso.

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