Recensioni

Sono animali solitari, notturni, agili e imprevedibili i chilopodi (o centopiedi). Predatori, vivono in ambienti umidi, muovendosi su un corpo depresso. E schivo, animato da paranoie e repressioni, è anche il giovane Eugene (Drew Starkey), che in un ambiente umido, baciato dal sole cocente e bruciato dal caldo asfissiante del Messico, si fa predatore nel corpo di preda agli occhi di William Lee (Daniel Craig). Chilopode che si struscia guardingo, mai respingendo, ma attirando a sé un uomo mosso dalla disperata tentazione e dall’effimero piacere, in una città arida, come la propria anima, e rovente, come un inferno personale entro il quale addentrarsi.
Non c’è nessuna pallina pronta a muoversi da una metà campo all’altra in Queer. Le sfide di Challengers lasciano adesso spazio a lotte interiori di corpi altrettanto sudati per un caldo asfissiante e tentazioni a cui è impossibile rifuggire. Ma in Queer a fare ritorno non è più un campo diviso a metà, ma una struttura duale che scinde l’opera in due intra-narrazioni distinte, composte da una natura divergente, dove la razionalità perde fondamento e l’allucinato inconscio prende il sopravvento. E così, il film si fa ulteriore saggio psicanalitico da inserire nella produzione di Luca Guadagnino: uno studio sui lasciti del piacere, delle illusioni distrutte, sul tempo che scorre e l’incapacità di afferrare la concretezza della vita.
Eros e Thanatos tornano a bussare alla porta di un uomo che nonostante l’età non ha ancora abbracciato la propria maturità. Ecco allora che le ombre rivestono gli sguardi di colui che è attirato da corpi che vorrebbe possedere, desaturando una fotografia asfissiante e mai brillante. Il giallo che riveste lo spazio attraversato da Lee non ha nulla di felice o rassicurante, ma traspira piuttosto un senso di pensiero infetto e di pelle sudata. Le stesse sfumature rossastre che tentano di affacciarsi sullo schermo, dipingendo abiti, insegne, segnaletiche vicine e lontane, non sono più simboli di un amore bruciante, quanto piuttosto di una passione effimera, di un fuoco fatuo che incendia il corpo, distruggendo la ragione.

Prende qui vita una montagna russa dalla duplice essenza, dove la seduzione fisica lascia spazio alla psicosi labirintica; per quanto interessante in superficie, le due metà di questa mela non trovano il giusto equilibrio di gusto. Ispirata all’opera sospesa, trascinata di Antonioni, la prima parte è un lungo peregrinare tipica di un flâneur dal cuore pesante e sentimenti repressi; eppure, in questo vagare di cuori incapaci di battere in sincrono, Guadagnino non riesce a inserire quel brivido primordiale, la tentazione che distrugge l’eden celestiale, che scorreva silente tra i corpi avvinghiati e bagnati di Elio e Oliver in Chiamami col tuo nome. Più lisergico, allucinogeno e inafferrabile il secondo segmento, dove il microuniverso di Suspiria torna a far capolino, senza una bussola da seguire, o un appiglio a cui ancorarsi.
Con un cambio di tono improvviso e repentino, lo spettatore rischia di essere trascinato in questo tunnel surreale e psicotico, senza poter afferrare e apprezzare quanto appena visto, o comprendere e interiorizzare ciò che gli scorre davanti agli occhi. Unico punto fermo in un universo scombussolato e scombussolante, è un Daniel Craig che si fa anima da modellare, e corpo da abbigliare ispirandosi esteticamente all’autore dell’omonimo romanzo di riferimento, William S. Burroughs. Stesso paio di occhiali, stessi capelli, stesso vestiti di lino, stessi fantasmi da combattere e pensieri da affogare nel mare caustico dell’alcool. Ma non c’è nulla di candido in un cuore che vaga tra le sporche vie di Città del Messico.
Solo campi lunghi che lo immortalano non più come parte integrante di un ambiente che lo avvolge, ma come un uomo solo che la ripresa esacerba nel suo isolamento. Un uomo che anche nel rapporto fisico e nel legame umano si autoconvince di aver trovato la propria metà, per poi essere tradito nelle intenzioni da un montaggio che rende impossibile ai due di condividere il medesimo spazio di ripresa, vivendo separati nello spazio di costanti campi-contro campi, mentre le mani cercano e il corpo si allontana.

Lee è un uomo che vive senza ambizioni o scopi nella vita; nel suo piccolo mondo tutto si riduce alla reiterazione di un medesimo momento; l’abitudine si fa ripetizione, l’uomo si fa automa, e il film che lo racconta diviene ridondante. La realtà che baratta la propria concezione del mondo con l’inafferrabilità dell’inconscio, restituisce una galleria di immagini ipnagogiche che Guadagnino riesce a restituire a livello sensoriale, ma fornendo poca coesione a livello narrativo. La monotonia dell’esistenza votata al baratro dell’ossessione, della gelosia e della pura passione è un gioco pericoloso, in cui Lee si lascia cadere, mentre Gene impara ben presto a strisciare lungo i bordi, attenuando i colpi, evitando le escoriazioni.
Scivola, si muove veloce, proprio come un chilopode, Eugene, predatore pronto ad alimentarsi della ragione e sentimento di Lee, riducendolo a uno spauracchio di se stesso, immagine in negativo del suo riflesso allo specchio, abito bianco che riveste una mente ombrosa. Un uomo piccolo che il centopiedi Eugene inghiotte, e tutto il resto si fa vuoto.
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