Recensioni

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Tutti vogliono una grande festa. È merito della radio se ormai lo sa chiunque. Ed è anche per le nuove generazioni della leva cantautorale se Luca Carboni è tornato inamovibile in vetta alle classifiche. Nel 2015 Pop-up l’aveva riportato in auge grazie ai singoli Luca lo stesso, scritto con Dario Faini e Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti, e Bologna è una regola, con Alessandro Raina. E il successore Sputnik è un satellite che sfrutta ancora quell’inerzia. Il 13esimo album in studio di Carboni trova infatti la forza di mantenere quell’orbita anche dall’energia di giovani autori.

Soltanto la title-track è firmata unicamente dall’artista bolognese. Motivo per vedere la ballata spaziale in chiusura del lavoro come una zona franca del disco, sospesa e rarefatta, dove un Gagarin di eccezione si affaccia dall’oblò della sua navicella su una vita fatta di sogni ed errori, ma anche di giorni tutti da esplorare. La restante parte del lavoro si sviluppa invece su soluzioni sintetiche e sintetizzate. Genuinamente pop, anche se tutte già masticate. Come si accennava, sono centrali le collaborazioni. Quelle già viste come quelle inedite. Tra queste ultime ci sono il golden boy dell’(ancora?) indie italiano Calcutta, oltre a Gazzelle e Giorgio Poi. Esponenti di una generazione che del giovane Carboni si è cibata prima di arrivare a sedersi alla stessa tavola.

Edoardo d’Erme, alias Calcutta, ha per esempio ammesso di essersi ispirato a Fragole Buone Buone per il mid-tempo elettronico di Io non voglio. Il romano Gazzelle è invece intervenuto sulle rime e sulle assonanze di L’alba, ritmo e ritornello catchy ispirato da giovani – cervelli e cuore – in fuga, in movimento, in cerca di un futuro e un presente migliore. Lo stesso tema anima la successiva Prima di partire, dove insieme al moto, al viaggio, è anche la sacralità del saluto a essere celebrata. E il congedo avviene in un ritornello in riva al mare, ballando come se fosse un grande evento da celebrare, pubblicizzare e poi molto probabilmente postare. Cercando, insomma, anche in questa occasione Una grande festa, come il titolo del primo singolo scritto con piglio ironico – e anche critico – con il compositore, fonico, produttore e cantate Valerio Carboni (no, non è un congiunto).

Non sono invece – dopo la collaborazione in Pop-up – una novità i feat. con Alessandro Raina per Amore Digitale I film d’amore. Il primo, è un synth-pop in levare sulle storture sociali causate dai social («Non serve Marx, non serve dio, non serve Freud, mi basto io»); il secondo rimanda (forse troppo) alla celebre Farfallina. Che però svolazza via quando il pezzo prende una piega disco in una Berlino vista tra Alexander Platz e il Muro, ancora prima che questo cadesse. Ogni cosa che tu guardi aggiorna il suo dream pop ai Future Island più che all’indie italiano, mentre non suscitano particolari sussulti i sintetizzatori di 2.

È l’approccio più smaccatamente elettronico a marcare la differenza di questo Sputnik. Che, per il resto, conta sui feat. e sulla maturità di un Carboni che rincorre il suo pop dallo spazio alle stelle al mare. Perché l’altra immagine che ricorre spesso tra le righe è quella dell’estate, che con le hit e il pop c’è sempre andata d’accordo. Soprattutto in occasione di una grande festa e delle sue storie. D’amore e di social.

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