Recensioni

5.8

Luca Carboni è uno di quelli che non è uscito vivo dagli anni ottanta, dove quei suoi disarmanti minimi termini – la fragilità frugale e fiera da fratellino introverso di Vasco Rossi, il disfattismo intimista, quel background di periferia alla stregua di un universo auto-referenziale, come una cameretta con vista su un mondo che accelerava ostico e imprendibile – avevano un senso preciso di contrappasso rispetto ai clamori tossici, agli azzardi sintetici, alle sarabande patinate e ai sempre più confusi spaesamenti poetici che giravano intorno. L’impatto coi novanta però fu letale: il sarcasmo ad alzo zero di Ci vuole un fisico bestiale (in Carboni, correva il ’92, ultimo lavoro bagnato da un considerevole successo) mise a nudo i limiti di un autore sperso che tenta la carta del sarcasmo finendo per sguazzare nella accattivante mediocrità da tormentone sotto vuoto. Per quel che mi riguarda, mi piace identificare la resa definitiva con l’imbarazzante Il mio cuore fa ciok, traccia contenuta nel successivo Diario Carboni (1993).

Per non farla troppo lunga, più ne scriveva e meno ne azzeccava. Spiazzato, senza appigli nella contemporaneità, senza mordente né senso, fuori ruolo, fuori tempo. Da allora la temperatura si è mantenuta appena tiepida a suon di live, raccolte e qualche collaborazione più o meno opportuna (da Pino Daniele a Tiziano Ferro passando per Jovanotti). Ecco quindi che uscire con un album di cover a tema, il qui presente Musiche ribelli, sembra una via d’uscita più che plausibile. Direi di più: naturale. E assieme una dichiarazione di alterità, visti i titoli scelti: materiale anni settanta di area cantautoriale – De Gregori, Guccini, Bertoli, Jannacci, Finardi, Bennato, Dalla, Lolli, Battiato – dal piglio poeticamente engagée, che la voce chioccia e stropicciata del Nostro fa sembrare altrettanti soliloqui nostalgici, demarcazioni territoriali più che messaggi nella bottiglia da un’epoca più consapevole. Altrettanto opportuna anzi armonica la scelta di un producer come Riccardo Sinigallia, che pur limitandosi a fare il compito con garbo e senza azzardi aggiorna e non di poco il verbo sonico del Carboni (ne aveva un bisogno disperato). 

Non possiamo non rendere merito alla scelta di un pezzo come Ho visto anche degli zingari felici (in duetto col Sinigallia) quale singolo apripista, atto meritevole e coraggioso visti i chiari di luna. Ma è pur vero che, in ragione di tutte le premesse suddette, la pallottola si rivela piuttosto spuntata.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette