Recensioni

Racconta Loren Kramar che nel suo approcciarsi al music business la sua grande paura era quella di risultare ancient, ovvero antico, ma anche arcaico. La dimensione che esplora nel suo debutto Glovemaker potrebbe infatti dirsi mitica. Uno dei miti più longevi e più complessi dal punto di vista comunicativo è quello della stardom hollywoodiana e losangelina in generale. Un mito composto da innumerevoli fonti, cinematografiche, scandalistiche, letterarie, ufficiali e ufficiose, come Hollywood Babylon dell’outsider in senso wilsoniano Kenneth Anger.
Fonti anche e soprattutto (psico)geografiche: la scritta Hollywood, il Sunset Blvd, il Laurel Canyon, la California degli hippie, prima ancora dei beatnik, la zona d’ombra dei viali soleggiati esplorata da David Lynch in Mulholland Drive o in C’era una volta a Hollywood di Tarantino. Un insieme di riferimenti incrociati, di metanarrazione, sostanza simbolica del mito che, nonostante un po’ sbiadito e invecchiato nel panorama cognitivo di noi alla periferia dell’impero, continua a esprimere significazione.
Nella psicogeografia losangelina Encino è un quartiere periferico, una sorta di retrovia poco glam della vicina Hollywood: quartiere residenziale, pochi spazi pubblici, esercizi commerciali e pubblicità, un rapporto ambiguo con il centro hollywoodiano, esplorato in Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson. Questo il contesto di provenienza di Loren Kramar, che nel suo debutto discografico Glovemaker fa suo il modello del racconto dell’artista da giovane (pur avendo 36 anni) che dalla periferia ambisce con tutto sé stesso al centro, e racconta di come ci si sente a imbarcarsi in questa quest. Glovemaker si inserisce in quella tradizione di canzoni o album che trattano e fanno parte del mito californiano, o del suo decadentismo, già dalla copertina, un primo piano che ricorda il Bowie di Hunky Dory e significa tutto il rapporto ambiguo con la celebrità hollywoodiana, il glamour e la queerness.
Gli album a cui guarda sono Ladies of the Canyon di Joni Mitchell o Hotel California degli Eagles, fino a Fear Fun di Father John Misty, di cui forse rappresenta la filiazione diretta, entrambi revisione autoironica e autocentrata del mito e della reazione al contatto con esso. La somiglianza è impressionante sia a livello sonoro, con una serie di pezzi che partono dal country-pop aggiornato al XXI secolo per impreziosirlo con poca elettronica, movenze gospel (Kramar ha cantato in un coro gospel durante l’infanzia), arrangiamenti sofisticati da chamber pop (viene in mente il Destroyer di Kaputt e Poison Season) tentazioni barrelhouse e honky tonk, sia a livello lessicale, dai rimandi dei titoli (Hollywood Blvd in Glovemaker, Hollywood Forever Cemetery Sings in Fear Fun, dove compare anche, nel consueto gioco di rimandi, la Babylon di Kenneth Anger) ai tic linguistici come il goddamn, molto usato come aggettivo da entrambi.
La differenza fra i due, che pure hanno suonato insieme nel recente tour di Tillman, sta forse nel racconto intimo: fumettistico, cheeveriano, esagerato nel suo rendere grottesche le esperienze di contatto col mito quello di Tillman, più emotivamente coinvolto, con un’imagerie meno quotidiana ma più allucinata quello di Kramar, il cui debutto discografico, che sarebbe dovuto risalire al 2018, è stato rimandato per via di pregiudizi riguardanti la sua omosessualità, qui rivelata con orgoglio già dal titolo del disco (Glovemaker potrebbe derivare dallo slang glove per gay love).
Notevole l’interpretazione vocale, mai sorniona, tecnicamente impeccabile, emotivamente molto toccante, con picchi che ricordano ANOHNI (nella stessa label) per estensione e confidenzialità ma anche Blood Orange (anche per l’iconografia angelica, creatura asessuata per eccellenza). Un racconto a cuore aperto di una ambizione mitica, il desiderio di essere accettati per quello che si è e per come ci si sente, una richiesta di visibilità ma soprattutto di conforto e riconoscimento.
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