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Ci sono foto che scatti con la macchina fotografica, e foto che scatti con altri mezzi: ad esempio un album. Un album tipo Hotel California, dei country-rocker Eagles. Un album che ha più cose in comune col dipinto American Gothic (di tal Grant Wood, che lo dipinse nel lontano 1930) di quanto non sembri: perché se è vero (e lo è) che l’intento del pittore americano era quello di ritrarre una coppia di tipici agricoltori del midwest dalle facce tristi e anche un po’ inquietanti, lo scopo della musica degli Eagles, nell’anno di grazia 1976, è invece quello di offrirci una tela sonora che raffiguri la decadenza del sogno a stelle e strisce.

Simbolo del gotico americano in salsa Eagles: la canzone che apre il quinto lp dei californiani e che non per nulla gli dà il titolo. Don Henley, che di quel testo è l’autore, assieme a Glenn Frey, la definirà così: «È la nostra interpretazione della bella vita a Los Angeles e dei suoi pericoli». Focus sui fotogrammi iniziali del film-canzone: un’autostrada buia e solitaria, il vento freddo che soffia fra i capelli, un viandante stanco in cerca di un rifugio per la notte, e poi… Poi, la meta: un posto che sembra il paradiso ma forse è l’inferno, un posto in cui puoi ascoltare l’eco real-irreale di parole tipo queste: «Benvenuto all’Hotel California / Un posto così amabile / Un volto così amabile / Ci sono tante camere all’Hotel California / In ogni momento dell’anno puoi trovarne una». E all’improvviso, quella che all’inizio sembrava la semplice storia di un tizio che fa tappa in un hotel, si trasforma in un viaggio allucinatorio dentro il proprio io. Next stop: l’auto-distruzione, di cui l’intero LP è una gloriosa allegoria. Dirà Glenn Frey a cose fatte: «In quei giorni eravamo tutti sotto la lente del microscopio, tutti attendevano il nostro prossimo disco, che incombeva su di noi come una sentenza. Dunque, Don e io avremmo dovuto mettercela tutta per sfangarla».

Riavvolgiamo il nastro: è il 1975 quando la band nata da un semino dei gloriosi Flying Burrito Brothers – nei cui ranghi militava tal Bernie Leadon, che proprio in coincidenza dell’LP dibattuto abbandonerà le Aquile e lascerà il posto al mitico chitarrista Joe Walsh, dell’altrettanto mitica James Gang – reinterpreta in una chiave aggiornata ai tempi alcune delle intuizioni partorite dalla rivoluzione country-rock dei Byrds di Sweetheart Of The Rodeo (anno di grazia 1968) e le rinsalda con dei testi che parlano del degrado fisico e morale della scintillante Los Angeles (che la band dei Burritos Volanti sperimentò per prima con The Gilded Palace Of Sin, suo capolavoro a 33 giri del 1969). Obiettivo dell’operazione estetico-commerciale: vendere un numero spropositato di copie del suo più recente LP (che, per la cronaca, si intitola One Of These Nights), fino a spingere in cima alla top ten ben tre dei suoi singoli (che sempre per la cronaca si intitolano One Of These Nights, Lyin’ Eyes e Take It To The Limit, ed appartengono a quello che la band chiamerà il suo “satanic country-rock period”). A quel punto la vita da rockstar, che all’inizio pareva bella ed appagante, presenta il conto agli Eagles; per la serie: troppi soldi, troppo sesso, troppa droga.

È il gotico american-metropolitano che reclama ad alta voce la tua anima; mentre tu, che poi saresti Don Felder, te nei stai in panciolle, in una casa che affaccia sul mare, in quel di Malibù. Lì, ti scatta la scintilla: «Ricordo che ero seduto in soggiorno, era una giornata spettacolare di luglio e avevo lasciato le porte di casa aperte», dirà un giorno ai tipi di Guitar Word. «Avevo addosso un costume da bagno ed ero seduto sul divano ancora gocciolante, e mi cullavo al pensiero che il mondo era un posto fantastico. Nel mentre, giocherellavo con una chitarra acustica a dodici corde; gli accordi di Hotel California vennero fuori così, in maniera del tutto spontanea». Ma non è finita qui: perché dopo aver abbozzato la melodia base del pezzo, Don prende il suo registratore multi-traccia della TAEC e incomincia a registrare. All’inizio, c’è la melodia scheletrica: poi Don ci aggiunge il basso e la drum-machine Rhythm Ace. «Sapevo che era un pezzo particolare, ma non sapevo se sarebbe stato adatto per gli Eagles», ricorderà più di trent’anni dopo il musicista, che poi aggiungerà: «Nella sua prima versione era una specie di reggae, quasi un pezzo di chitarra astratta rispetto a quello che girava in radio allora». Focus sulla chitarra elettrica, che avrà un ruolo da protagonista assoluta nell’economia dell’epocale pezzo, e il merito andrà tutto all’asso della Gibson doppio manico Don Felder, che sfodererà un assolo finale di chitarra elettrica, poi raddoppiato in maniera altrettanto epica dal baffuto nonché lungocrinito Joe Walsh, a dir poco STRATOSFERICO. Risultato: una progressione di note sulla scala minore pentatonica di B, che rievoca il fuoco passionale del flamenco (Robert Alan Krieger, chitarrista dei mitici Doors, nonché testa d’ariete di questa forma di musica e di danza di origine Andalusa nel rock, ne sarebbe andato fiero) e che i lettori dell’illustre rivista Guitarist voteranno come “best guitar solo of all time”. Punto.

Il resto è racchiuso alla perfezione nelle nove canzoni dell’album, ma soprattutto nella sua immagine di copertina: che ci offre uno scatto crepuscolare del mitico Beverly Hills Hotel, meglio conosciuto come Pink Palace, che si trova al 9641 di Sunset Boulevard, Los Angeles, ed è la decadente meta di un sacco di star e starlette che affollano il sottobosco hollywoodiano (che è sempre stato e sempre sarà l’emblema del vero Gotico American-Meropolitano). Ovviamente, il disco farà sfracelli nelle classifiche di vendita: perché Hotel California è senza dubbio uno dei pezzi apripista più magnetici della musica pop. Ma anche il resto delle song in scaletta ha delle carte da giocarsi: tipo New Kid in Town (primo singolo estratto dal 33 giri, e primo centro in classifica), che dietro quel suo piglio smanceroso – che molto deve al guitarrón mexicano suonato da Randy Meisner ci parla ancora una volta della caducità dell’amore ma soprattutto della fama; o ancora tipo Life In The Fast Lane, che parte da un riff inventato da Walsh e si trasforma in una allegoria hard rock sul solito tema gotico-decadente; senza poi dimenticare le varie Victim Of Love (registrata live in studio senza overdubbing), Pretty Maids All In A Row (che ruba il titolo ad un thriller del 1971, interpretato da Rock Hudson e Angie Dickinson, e diretto da Roger Vadim), Try And Love Again (che vanta il discutibile primato di essere l’unica song del disco che non verrà mai eseguita dal vivo), Wasted Time (che poi sarebbe il tentativo personale della coppia Henley/Frey di copiare il classico mood da torch-song del Philly-soul, con un occhio in particolare alle cose di Teddy Pendergrass), e sopratutto la conclusiva The Last Resort, che pare celi nel testo un’aspra critica alla free market economy.

Ancora tanto ci sarebbe da dire su Hotel California, che ha avuto e di sicuro avrà sterminate legioni tanto di ammiratori quanto di detrattori. Una cosa però è certa: l’LP ha venduto, nei soli States, sino al 2013, la bellezza di 17 milioni di copie, e si è imposto come uno dei (cripto-)concept sul lato oscuro della Fama – registrato da Bill Szymczyk presso i Criteria Studios di Miami e i Record Plant Studios di Los Angeles, fra il marzo e l’ottobre del 1976, e poi pubblicato nel dicembre successivo – più riusciti nella Storia del Rock.

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