Recensioni

Lol Tolhurst e Peter Edward Clarke, alias Budgie, a Los Angeles si sono trasferiti circa trent’anni fa, entrambi dopo brutte vicende. Tolhurst tocca il fondo con l’alcolismo e i narcotici e perde ogni affidabilità professionale, ragion per cui Robert Smith, amico dalla scuola elementare, gli chiede a malincuore di lasciare i Cure, di cui era stato membro fondatore come batterista e tastierista. Budgie invece arriva ad LA dopo il divorzio con Siouxsie Sioux, amante ma anche compagna sul palco sia con i Banshees, sia nei Creatures, formati assieme: anche lui dietro alla grancassa, mentre lei stregava gli occhi aggrappata all’asta del microfono. Per entrambi la City of Angels è stata il luogo del recupero e della redenzione, ma l’hanno anche osservata nei suoi lati più in ombra, dove gli angeli non arrivano.
Anche l’artista che vive di fantasia più sfrenata non può che partire da un appiglio, benché minimo, alla realtà che ha intorno: così hanno deciso di dedicare il disco alla città che li ha adottati.
Il primo incontro tra i due avviene molto prima di LA, già nel 1979, quando i neonati Cure vanno in tour con Siouxsie and the Banshees. La collaborazione artistica invece prende forma proprio a Los Angeles e per capire il disco non si può evitarne una panoramica. I due nel 2021 cavalcano l’onda podcast e ne producono uno, Curious Creatures, tutto sul post-punk. Poi insieme a Kevin Haskins dei Bauhaus, altro mostro sacro del goth, iniziano a proporre, scherzando, di registrare qualcosa, “come ‘i Tre Tenori’ ma per i batteristi” – si sa, dicono i due, i batteristi hanno un senso di fratellanza tutto loro, un po’ come i portieri nel calcio. Da scherzo il progetto diventa serio. Registrano; poi Kevin abbandona per impegni con i Bauhaus. Il materiale non li convince perché poco originale, e per cercare la svolta Tolhurst contatta il produttore e polistrumentista irlandese Jacknife Lee, che oltre a suggerire un approccio diverso alle canzoni fornisce il suo studio a Topanga Canyon, in cui si sbizzarriscono con un ricco assortimento di batterie e sintetizzatori.
A questo punto i tre – che senza accorgersene o darsi un nome hanno appena formato un supergruppo – hanno in mano un disco strumentale. La mossa successiva è mandare il disco a dei vocalist stimati per scrivere i testi ed incidere il cantato, ma cercano anche un apporto esterno per le chitarre, pressoché assenti nello studio di Jacknife. Viene messa su una squadra che sembra la lista degli invitati a un party molto esclusivo: ognuno aggiunge il suo tocco stilistico personale, quasi a costituire un super-supergruppo corale.
Bobby Gillespie apre le atmosfere chiuse del disco con gospel eterei à la Screamadelica. I guaiti acuti di James Murphy, esattamente come nelle tracce dei suoi LCD Soundsystem, fanno da contrappunto al passo serrato dei due pezzi in cui compare, tra cui la title track che di Los Angeles descrive i vicoli senza via d’uscita: “Los Angeles eats his children / Los Angeles eats its young”. Arrow De Wilde, selvaggia e magnetica quanto negli Starcrawler, lancia grida da horror e inveisce contro l’American Dream, mentre Mark Bowen degli Idles sferraglia una chitarra psicotica. Isaac Brock dei Modest Mouse segue in un cantato-parlato il synth squadrato e cyberpunk. Un’incursione di flow caldo e pacato di Pan Amsterdam. The Edge dà sfogo alla sua vena più sperimentale, mostrando fin dove può arrivare una chitarra.
Il risultato di quest’orchestra è un disco unico, che sovverte i generi. In ordine sparso, c’è industrial, elettronica, new-wave, art-rock d’avanguardia, trip-hop, e forse molto altro. La base portante e comune è la ritmica, che emerge protagonista, dove la melodia è invece un abbellimento – c’era da aspettarselo da due percussionisti, che finalmente “reclamano la loro arte”, come si è espresso Tolhurst. I beat sono i più diversi, intricati e complessi ma tutti sembrano conservare l’impronta di quel martellante tamburellare tribale che si sente nel procedere dei gruppi di appartenenza dei due. Un marasma di esperimenti, rumorismo, stralci da sequenza cinematografica.
Unica pecca è il fatto che in un disco pensato così non può contenere hit che rimangono in testa, e come per i producer album nell’hip hop, se si ha voglia della voce di James Murphy probabilmente si sceglierà di sentire un pezzo degli LCD, e non uno da Los Angeles. Ma il tutto, incredibilmente, non risulta come un calderone sconclusionato. C’è qualcosa che tiene insieme i pezzi, come un ambiente sonoro comune, che è anche una disposizione psicologica, e forse ha anche un corrispettivo fisico nello spazio urbano della Los Angeles grazie a cui il disco nasce. È un ambiente di visioni oscure e a volte disturbanti. Notturno, claustrofobico, labirintico.
Forse la chiave è suggerita nel libro pubblicato di recente da Tolhurst stesso. In Goth: A History, una cronaca di aneddoti e storie legate al suo periodo con i Cure, il batterista racconta la cultura goth e arriva ad intenderla non tanto come un movimento storico, quanto come una sensibilità. Forse è quella sensibilità che permette di vedere la città di Venice Beach sotto una luce diversa, più scura. Basta guardare alla copertina del disco, che per forma e colore ricorda quella di In The Flat Field dei Bauhaus.
Niente Hollywood né Malibù. Austera e cupa, campeggia una trivella per l’estrazione del petrolio, o i suoi resti. Forse una di quelle che si staglia, spettrale, vicino ai pozzi inattivi e abbandonati sulle spiagge ai margini della metropoli.
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