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7.9

Canto del cigno del punk, epopea esistenzialista, elogio di un sound primitivo, esegesi dell’urgenza comunicativa della fine dei Seventies, Three Imaginary Boys dei Cure è, insieme a pochi altri album, il simbolo dello spartiacque epocale fra il biennio ’76/’77 e tutto ciò che, da quel momento in avanti, sarebbe stato chiamato “post”. Un manuale in cui la semplicità del punk si trasforma in qualcosa di spettrale e allucinato. Un caos filosofico tenuto in piedi dalla metamorfosi dell’aggressività chitarristica in creatura ovattata, languida, macchiata a tratti dai colori del pop. Una linea dorsale per la stessa carriera della band, equidistante dal buio cosmico di Pornography, dalle impalcature decadenti di Disintegration e da i colori stranianti di The Head On The Door. Ma allo stesso tempo trasversale rispetto al manipolo di album di quello stesso 1979 (London Calling, Fear of Music o The Wall, per citarne solo tre) prodotti da band che toccavano in quel periodo il loro apice compositivo. Senza l’ingenuità e la spontaneità di Three Imaginary Boys, i Cure non avrebbero mai conquistato il cuore di tenebra pop che li ha caratterizzati nella loro lunga carriera. E questo, come tutti i viaggi rock che si rispettino, parte da una storia squisitamente provinciale nella quale tre ragazzi neanche ventenni cominciano a sognare.

Il 27 agosto 1978 un giovane discografico impiegato della Polydor si trova al Laker’s Hotel di Redhill per assistere a un concerto. Lui è Chris Parry, chitarrista australiano con l’hobby della discografia, che nell’anno precedente aveva prodotto i primi due album dei Jam di Paul Weller. La band sul palco è i Cure, un nome caldo della scena, che collezionava consensi nei piccoli club del Sud di Londra. A metà concerto, il sound post-punk esistenzialista del complesso colpisce nel segno: «Con questo gruppo, farò un sacco di soldi», pare che abbia sussurrato il produttore all’orecchio del suo accompagnatore. Ma i piani di Parry erano persino più ambiziosi: di lì a poco, avrebbe mollato Polydor e fondato la sua etichetta, Fiction, mantenendo (saggiamente) la distribuzione e il marketing della major. I Cure, il successivo 13 settembre, sono la prima band di questa neonata etichetta.

In un’era in cui i discografici godono (o si appropriano) di grandi libertà (vedi alla voce Malcom McLaren), Parry non era da meno. Per i Cure aveva in mente una carriera coi fiocchi. Era convinto che, dopo la sbronza sovversiva del 1976/’77, i palati degli ascoltatori avessero bisogno di un sound più elusivo. Per cui mirava a ridurre quello della “sua” nuova band all’essenziale, ammantandolo di mistero. Su questa direzione si stavano infatti muovendo altre band-“spartiacque” come Buzzcocks, Joy DivisionXTCThe Banshees. Robert Smith, Lol Tolhurst e Michael Dempsey, dal canto loro, avevano tutt’altro che le idee chiare. Solo pochi mesi prima, il chitarrista Porl Thompson era uscito dalla band proprio per provare a ridurre i virtuosismi e gli arrangiamenti sovraccarichi al minimo. Smith da una parte guardava ai suoi numi tutelari Jimi Hendrix e David Bowie, mentre dall’altra si lasciava affascinare da band come i Wire che avevano fatto di tutto per smantellare gli stereotipi del rock tradizionale. Non solo, alla vigilia delle registrazioni del loro album di debutto, i Cure non avevano né la strumentazione necessaria, né qualche spicciolo per potersi permettere un albergo a Londra, presso gli studi della Polydor.

Così, fra l’autunno e l’inverno del 1978, portarono avanti a singhiozzo le registrazioni di Three Imaginary Boys, il loro album di debutto. Si lavorava di notte, accampandosi sul divano di Parry e usando la strumentazione e, soprattutto, i consigli dei Jam alle prese con le registrazioni di Setting Son. Il dialogo con i Jam si rivelerà particolarmente stimolante. Il trio di Woking era riuscito a catturare il disagio adolescenziale con una grazia melodica degna di band come Kinks e The Who. Qualcuno lo definirà mod revival e di certo Smith e soci non potrebbero associarsi a questa definizione (anzi, se ne prese gioco con le sonorità del singolo Jumping Someone Else’s Train). Ma Three Imaginary Boys dialoga tanto con la melodia pop-punk di Jam e Buzzcocks quanto con il decostruttivismo riottoso e sperimentale dei Wire (154 uscì a settembre) e la claustrofobia glaciale dei Joy Division (Unknown Pleasures sarebbe uscito a giugno).

Alla fine Parry e il tecnico Mike Hedges dovettero scegliere tredici delle trenta caotiche canzoni registrate nei mesi precedenti ai Morgan Studios. Quando l’album uscì, l’8 maggio 1979, Robert realizzò di aver lasciato troppo spazio alle idee del produttore e, soprattutto, di non avere mai messo piede nella sala di missaggio. E infatti, l’album non lo convinse del tutto. Il sound che Parry aveva creato per la band non era quello che aveva in mente e persino la copertina (una lampada, un frigorifero e un’aspirapolvere!), la trovò rivoltante.

La verità è che questi inesperti nemmeno ventenni si erano affidati completamente ai maneggi dei discografici, che, nell’assenza di un’opinione forte sullo stile visivo e musicale, avevano fatto un po’ come pareva a loro… Smith si ripromise di essere presente nella sala di missaggio di tutte le future registrazioni dei Cure. E, a differenza di molte (la maggior parte, in effetti…) delle promesse, questa fu davvero mantenuta.

Rimane il fatto che, ad ascoltarlo oggi, Three Imaginary Boys soddisfa tutti i requisiti dell’album seminale. Quello che esprime al meglio il crinale estetico del post-punk, prima che questo si trasformasse nella versione più edulcorata della new wave. Gli elementi ci sono tutti. C’è la desolazione esistenziale di 10.15 Saturday Night (che apre il disco), risposta più giocosa a una Transmission, l’urgenza hooligan di Grinding Halt, il patchwork emotivo di Another Day, che sembra anticipare lo stile di Seventeen Seconds e Faith. C’è, soprattutto, il rifiuto (anche questo molto “post”) di affrontare tematiche sociali.

Eppure l’Inghilterra del 1979 è fagocitata in queste 13 tracce. «Inflazione, disoccupazione, razzismo, crisi petrolifera, il National Front che cerca di prendersi le strade e la polizia che mena di brutto», si dice di quell’anno sulle nostre pagine. Come se non bastasse, Margaret Thatcher diventa in questi giorni primo ministro. Il dramma sociale, il tramonto della beatlemania cantato in London Calling abbandona le forme ribelli e si struttura in quadretti malinconici, fatti spesso di immobilismo, disperazione, incapacità di processare le proprie emozioni. Che a volte si traduce in vera e propria apatia, come in So What, reading punk di una pubblicità di un kit per decorare le torte («Special offer! Only 3.30!»), mentre altre in disattenta e agognata sensualità uptempo (Fire in Ciro).

Se Foxy Lady, cover di Hendrix, suona come un abbozzo confusionario e un po’ velleitario (fa forse il verso alla Satisfaction dei Devo?), It’s Not You e la title track chiudono l’album in bellezza. La prima, con un riff spedito, esprime l’essenza del power pop eccentrico dell’album, mentre la seconda, con la flemma dell’angoscia tanto misteriosa quanto affascinante («Can You Help Me?», urla ossessivamente Smith). I Cure di Three Imaginary Boys de-costruiscono gli ascolti dei loro quasi vent’anni, decompongono il loro sound in piccoli compendi, facendolo retrocedere a una forma primitiva. Spesso la sensazione è quella di ascoltare tre bambini alle prese con degli strumenti giocattolo. Riff elementari, ritmi didascalici e una voce sempre in affanno rappresentarono ottime premesse per spazzolare via i resti del punk e proporre la propria visione di ciò che viene dopo.

In Three Imaginary Boys i Cure non sapevano quello che stavano facendo ma lo stavano facendo benissimo. Robert, non si sa quanto consapevolmente, si stava affilando i denti alla ricerca del proprio personalissimo approccio al post-punk. E, come spesso accade con gli album che “cercano”, era riuscito a creare una sintesi di tutto ciò che i Cure avrebbero rappresentato, dal rock al punk, dall’euforico all’uggioso. Nel più totale caos compositivo e in preda ai consigli del produttore più che a un’idea propria, Three Imaginary Boys riuscì a convincere la maggior parte della critica e a piazzarsi per tre settimane di fila nelle classifiche inglesi, arrivando alla 44esima posizione. I Cure non erano ancora i colossi musicali che conosciamo oggi, ma avevano mosso i primi passi verso la leggenda.

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