Recensioni

6.8

Tutto comincia a Knebworth, quel fatidico 11 agosto 1996. La storia insegna che gli Oasis, quella sera, si presero gli anni ’90 di fronte a 250000 persone. La presenza su quel palco dell’unico ospite, salito per il primo bis di Champagne Supernova, non fu certo casuale: John Squire e la sua Les Paul Custom certificarono il passaggio di testimone e l’incoronazione che tutti si aspettavano, e anche se manzonianamente ci chiedessimo ancora adesso se fosse vera gloria, quella degli Stone Roses prima e degli Oasis poi, l’ardua sentenza ce l’abbiamo fra le mani oggi, quasi trent’anni dopo, nella forma di questa collaborazione.

Anche qui, il caso c’entra ben poco. Le dieci canzoni a firma congiunta che mettono qui insieme due pezzi fondamentali delle band che, nel giro di pochi anni, si avvicendarono sul podio d’Inghilterra, arrivano nel momento di massima nostalgia per i Nineties: oltre a quanto abbiamo già constatato in occasione del recente ritorno dei Kula Shaker, basti dire che Liam Gallagher è in procinto di celebrare l’anniversario di Definitely Maybe sui palchi di mezzo mondo. È un ciclo che si ripete a cadenza trentennale, dai ’60 ai ’90 ai ’20, e alla luce di ciò, questa operazione con l’ormai ex chitarra di Ian Brown sembra proprio la fusione di due reunion mancate (gli Stone Roses sono stati definitivamente archiviati, dopo un breve ritorno, nel 2017 e sappiamo bene quanto Noel sia intenzionato, almeno ad oggi, ad accontentare il tanto odiato fratellino).

D’altro canto, pur di fronte a una carriera solista ben avviata e prodiga, sinora, di soddisfazioni, il Gallagher minore non ha mai nascosto le sue irrefrenabili tendenze revivalistiche e autocelebrative, culminate – ancora! – a Knebworth nel 2022 e con l’ospitata sul palco – ancora! – di Squire, ovviamente nello stesso brano, come apice della celebrazione della celebrazione. Se l’obiettivo è replicare quel che è stato, anche perché si è stati i migliori (questa è la narrazione vincente con cui Albione, con mentalità e fare puramente campanilistico e calcistico, vende al mondo – e a se stessa – il Britpop e i suoi massimi alfieri mancuniani), Gallagher & Squire è lo sbocco più naturale – almeno al momento, data l’indisponibilità del fratello maggiore.

Il revival è servito, dunque, esattamente così come ce lo si aspetta e come ha confermato il primo ascolto, Just Another Rainbow, che ha anticipato di un paio di mesi l’LP mettendo in fila tutti gli attesi elementi, dal canto strascicato alle chitarre al contrario, fino al muro di suono a sei corde e alle ritmiche inconfondibilmente baggy: gli “Stone Oasis” sono serviti, come da copione, e vai di battute maligne sull’uso della AI in fase di composizione. L’effetto fan service è certamente voluto e non potrebbe essere altrimenti, non fosse che invece l’ascolto integrale rivela nel complesso una scrittura asciutta e a suo modo matura e sapiente, anche se non memorabile, e qualche elemento di interesse al di sotto della colorata e lisergica superficie.

Questo perché, di fatto, si tratta di canzoni composte da Squire (che cura anche grafiche e concept), già autore in un passato ormai remoto di un paio di album solisti (l’ultimo, Marshall House, risale al 2004, fatta salva l’esperienza The Seahorses a metà 90s), a cui Liam ha “solo” prestato attitudine e cazzimma nel consueto gioco che così bene gli riusciva col fratello; questo è, da sempre il suo massimo punto di forza e il suo limite, prendere o lasciare. Ecco allora che entra in gioco a fare la differenza la penna del chitarrista, supportata dalla produzione di un peso massimo del pop mondiale come Greg Kurstin, portato in dote dai dischi solisti di Gallagher, a cui si aggiunge alla partecipazione di un turnista di lusso come Joey Waronker.

Nonostante tale dispiego di forze, il suono risulta ricco ma essenziale (e questo è un pregio) e, venuti a mancare gli elementi costitutivi delle due band madre (ovvero la sezione ritmica Reni-Mani e il songwriting retorico di Noel), lo stile viene fuori necessariamente semplificato. Nella sostanza, l’affare resta piuttosto facile e lineare, tra classiche melodie provenienti dall’amato jingle jangle e dal folk rock elettrificato di marca sixties (il buon singolo Mars To Liverpool e One Day At A Time), stomp vagamente beatlesiani dai toni anthemici (Raise Your Hands), dirette rievocazioni sempre dei Fab Four dal manuale del citazionismo gallagheriano (l’attacco di Something in You’re Not The Only One, il calembour non proprio felicissimo di Mother Nature’s Song), fino al recupero di un hard rock intriso di psichedelia tra Humble Pie e Who (il godibilissimo riff  di I’m So Bored, tra le più riuscite del lotto); Squire ha certamente talento melodico e talvolta sa usare i versi in modo smaliziato, come dimostra Make It Up As You Go Along (“thank you for your thoughts and prayers and fuck you too”).

Curiosamente, quello che è l’ingrediente più insolito e interessante è anche quello che lascia più perplessi, ovvero il blues di matrice chiaramente hendrixiana che Squire sa di quando in quando tirar fuori dalla Stratocaster, vedi Love You Forever o I’m A Wheel (che pure usa la più classica struttura a dodici battute). La lezione del chitarrista di Seattle è stata solo molto di rado ripresa in ambito pop, restando appannaggio di legioni di scolari del blues più accademico; proviamo ad azzardare che se solo Squire, chitarrista pur rispettato e celebrato più per la sua militanza in una band a suo modo epocale che per gli effettivi meriti acquisiti sul campo data l’esiguità della sua discografia, se ne fosse lasciato tentare maggiormente, probabilmente avrebbe lasciato un segno ancora più incisivo nella musica degli ultimi trenta e più anni, alla stregua di colleghi come Johnny Marr e Graham Coxon.

Ma si tratta solo di suggestioni, scaturite da una collaborazione occasionale e genuina eppure al contempo studiata e pianificata in ogni minimo dettaglio; che in futuro possano esserci ulteriori sviluppi è la prossima, ardua sentenza che non possiamo che lasciare ai posteri. Per il momento, chi sa accontentarsi (anche di poco) ne avrà abbastanza fino al prossimo, nostalgico giro di giostra. Chiunque sarà al suo fianco, Liam ci sarà sicuramente.

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