Recensioni

Premessa doverosa: è inevitabile che fama e fortune dei Kula Shaker siano legate a quel disco. Nel lontano 1996, K diede uno scossone al morente Britpop a suon di stratocaster, hammond, wah wah, buone (e opportunamente acide) vibrazioni sixties a valanga ed evidenti e continui rimandi all’India e alla sua cultura, ben al di là dell’ammiccamento occasionale mutuato dai Beatles harrisoniani. Un irresistibile e potentissimo concentrato di melodie pop con la spinta del rock classico, eppure innegabilmente legato al suo, di tempo, a quei ’90 che per un attimo sembrarono davvero i nuovi ’60. Insomma, se si esordisce con un disco così definitivo, tutto quello che viene dopo è in salita – oppure, come nel nostro caso, è soltanto una naturale riproposizione di una formula che non può essere che quella, tuttavia senza riuscire ad allinearsi cosmicamente (anzi, magicamente) con lo zeitgeist, come era stato quella irripetibile volta.
Di questo Crispian Mills e compagni non si sono mai fatti un cruccio: parla da sé il modo in cui hanno condotto la loro carriera sino ad oggi, da musicisti appassionati e senza fronzoli intenti per lo più a suonare (divinamente) su un palco, tra pause, rimescolamenti e una serie di lavori in studio magari non così incisivi, ma sempre non meno che dignitosi. Fino all’arrivo di questo Natural Magick (la “k” in più non è certo casuale): complice tanto il rientro nei ranghi del figliol prodigo Jay Darlington, organista nella formazione originale (poi transfuga nei tardi Oasis, che lo soprannominarono opportunamente Gandalf, nonché anima per quattro album dei progster Magic Bus), quanto una diffusa nostalgia per quanto accadde trent’anni fa (proprio com’era avvenuto allora con gli anni Sessanta… vuoi vedere che la nostalgia segue un ciclo trentennale?), questo settimo album si ripropone già nelle intenzioni e proclami pre-release della band come il diretto discendente di K (sì, più dello sfacciatamente titolato K 2.0 del 2016, se possibile).
Beninteso: non c’è niente di male, né di veramente nostalgico, nel provare a riafferrare quella cosa, tanto più se avviene in modo organico a partire dal recupero di quell’ingrediente perduto: le ondate di organo di Waves, coi suoi sentori baggy, ci riportano gioiosamente in quel coloratissimo mondo musicale che è solo e soltanto dei Kula Shaker, così come il riffone di chitarra e il groove della traccia omonima, passando per la rievocazione Bollywood di Chura Liya (You Stole My Heart) e il pastiche 60s pop – un po’ Monkees un po’ Austin Powers (con una spruzzatina di Cornershop) del singolo Indian Record Player, che trasuda leggerezza, umorismo e un po’ di sano spirito camp fattisi strada, nel tempo, nella scrittura e identità del quartetto.
L’alchimia ritrovata è certo corroborata da una freschezza di ispirazione le cui avvisaglie erano già evidenti nel predecessore 1st Congregational Church Of Eternal Love and Free Hugs (2022), mastodontico doppio concept che mescolava satira sociale (a partire dalla religione) e politica in un caleidoscopio di stili e generi; attitudine che ritroviamo nei parodistici toni da predicatore dell’apripista Gaslighting (“la rivoluzione non verrà trasmessa in streaming sulle piattaforme social”, con tanto di ammiccamento a Gil Scott-Heron), che prende di mira la religione istituzionalizzata come causa di ogni conflitto (“and it’s all because somebody said; I’m the chosen one, I know what’s wrong I know what’s right”), o ancora nelle prese di posizione antimilitariste dei funkettoni Idontwannapaymytaxes (“non voglio pagare le tasse, non voglio finanziare la Terza Guerra Mondiale”) F-Bombs, intrise di sano pacifismo hippy destinato a tornare, per tristi ragioni, di moda (e di cui c’è disperato bisogno, aggiungiamo).
Detto che non si dirà mai abbastanza quanto Mills deve a Tom Petty (non solo nell’aspetto) e quanto benedette siano certe rievocazioni Kinks (Something Dangerous), ai Kula il gioco riesce sempre bene anche quando si cimentano con cliché come la ballatona anni ’50 (Stay With Me Tonight e la conclusiva Give Me Tomorrow, coi suoi spudorati richiami a Santo & Johnny e alla beatlesiana This Boy). Anche se non se ne sono mai andati: bentornati.
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