Burt Bacharach
Burt Bacharach, foto di Samir Hussein

Burt Bacharach. What The World Needs Now, l’immensa eredità musicale regalataci da un talento unico

Strano a dirsi, Burt Bacharach, nato a Kansas City nel 1928, di discendenza (guarda un po’) ebraico-tedesca, col Festival di Sanremo ha più di un legame. Il primo, il più vicino dal punto di vista cronologico, è una suggestione dovuta a date e coincidenze, ma poco oltre vedremo come il congiungersi di due mondi così lontani abbia fondamenta solide e concrete.

Il compositore muore infatti l’8 gennaio 2023, in piena bagarre sanremese, ma il 18 febbraio 2009, alla 59° edizione del festival, Karima, in lizza nella sezione Proposte, canta Come in ogni ora, brano di Karima, Mario Menicagli, Piero Frassi, che si classificherà al terzo posto della suddetta categoria. La sera dopo, giovedì, la cantante di origini tunisine ripete il brano accompagnata da Mario Biondi e Burt Bacharach al pianoforte, strumento che da quel giorno avrebbero dovuto ritirare dai magazzini dell’Ariston, quanto si fa per i numeri di maglia di certi calciatori, per custodirlo in un museo della musica.

Ci si chiede cosa faccia il musicista americano all’Ariston, come si trovi invischiato a suonare dal vivo su un brano tutto italiano nella più stolida e immutabile delle manifestazioni canore nostrane. È presto detto: Come in ogni ora è il solito pasticciaccio brutto de via Matteotti (a Sanremo). Perché la canzone in origine si intitola Every Other Hour ed è una composizione del 2008 di Burt Bacharach e Steven Sater, che ne scrive le parole. Insomma, Karima e compagnia cantante hanno preso una canzone straniera e coglionato i responsabili della selezione dei brani. Ma come accade spesso in questi casi, quando i compari litigano sulla spartizione del bottino, Menicagli si rivolge alle autorità giudiziarie che condannano Karima a risarcirlo, e fine dei giochi.

L’ultimo ideale trait d’union tra Bacharach e festival sanremese è Ornella Vanoni, sul palco tre giorni dopo la morte dell’americano. L’ottuagenaria cantante milanese nel 2002 realizzò un intero album di cover di brani di Bacharach, ovviamente interpretati in italiano, intitolato Sogni proibiti. Ultima canzone del quale, ciliegina sul fondo della torta, Love’s (Still) The Answer, allora inedita, cantata in inglese, la Vanoni ebbe il privilegio di incidere accompagnata dallo stesso autore. Visto l’esperienza diretta, dunque, l’onore e il piacere, l’occasione che dire “indimenticabile” non si esagera, e poiché la tragica notizia era ancora nell’aria, ci si aspettava due parole in ricordo, ma pazienza: si sa come età avanzata e memoria a lungo termine non siano i compagni di bisbocce più affiatati.

Il paragone che sorge spontaneo pensando a Bacharach – nonostante le differenziazioni – è con Ennio Morricone, in relazione alla qualità e vastità dell’arco sonoro col quale si è cimentato, dalle canzoni alle colonne sonore per film, dagli spettacoli teatrali ai musical, e in secondo luogo George Martin per l’abilità negli arrangiamenti. Del resto, perfino i Beatles hanno eseguito una cover delle sue canzoni (Baby It’s You).

Burt Bacharach è la sublimazione di quel detto che ogni tanto qualcuno rispolvera per tessere le lodi di un’arte per lo più sottovalutata laddove non bistrattata: che scrivere un pezzo pop di 3 minuti ragguardevole è impresa ardua, se non la più difficile in ambito musicale. Una teoria che il compositore di Kansas City è riuscito a irrobustire come fanno gli olimpionici che puntano non solo a vincere l’oro, ma anche a segnare un’epoca, investendo l’impresa del più alto coefficiente di difficoltà, cioè raggiungere la perfezione oltre la quale resta, nel caso di Bacharach e non necessariamente degli atleti, un solo ultimo traguardo: piacere a tutti.

Mai fidarsi delle sembianze, però: nella loro apparente semplicità, nel loro immediato fare presa, brani come Walk On By, I’ll Never Fall In Love Again, Do You Know The Way To San Jose, diventano i favoriti di un pubblico che si divide in classificazioni sociali stratificate ma solo in questo caso, nelle scelte musicali, non palesa differenziazioni. Alfie, scritta per l’omonimo film del 1966 diretto da Lewis Gilbert e interpretato da Michael Caine, vincitore del Premio speciale della giuria al 19° Festival del cinema di Cannes, fu scartata da Sandie Shaw e inizialmente dalla stessa Cilla Black, destinata a farne un successo transoceanico non prima di avere confessato le sue perplessità a Brian Epstein, manager dei Fab Four. La cantante si convinse solo quando Bacharach volò a Londra per scrivere il sontuoso arrangiamento orchestrale che venne diretto proprio da George Martin.

What’s New Pussycat?, ancora parte di una pellicola portata alla fama da Tom Jones, puntella la sua spumeggiante consistenza per mezzo di un arrangiamento capolavoro che mette in campo il più improbabile campionario di strumenti utili alla realizzazione di una canzone pop dalle mire di alta classifica: il ritmo circense sostenuto da una grancassa, una tuba a sostituire la parte che chiunque altro affiderebbe al basso elettrico, il muro del suono è costruito da fisarmoniche, una chitarra che sembra un banjo, una tastiera che potrebbe essere una calliope, e una dirompente batteria di corni. Un modo di comporre e pensare lambiccato quanto il prog rock, altro che pop.

Come non ricordare poi, per restare in ambito cinematografico, Raindrops Keep Fallin’ On My Head, delle cui interpretazioni negli anni si è perso il conto. Piazzare un motivetto romanticamente arioso al centro di un western che per quanto viri di tanto in tanto verso la commedia resta pur sempre un dramma dal finale tragico, è cosa di inveterata maestria. Solo un chirurgo di capacità uniche avrebbe potuto innestare un congegno alieno in un cuore perfettamente funzionante senza generare crisi di rigetto, anzi consolidandone la precisione: Raindrops Keep Fallin’ On My Head è indiscutibilmente una delle frecce all’arco di Butch Cassidy And The Sundance Kid, elemento tanto trainante per il film verso il successo quanto la pellicola di George Roy Hill con Paul Newman e Robert Redford sarà di decisiva importanza per l’eterna popolarità del brano.

Sotto la soavità di superficie che governa l’irresistibile orecchiabilità di I Say a Little Prayer, registrata per la prima volta da Dionne Warwick ma insuperabile nella versione di Aretha Franklin dell’anno seguente, scorre un andirivieni di alchimie ritmiche che vanno da 4/4 a 10/4 fino agli 11/4 del ritornello, le cui parole scritte da Hal David, il più importante sodale di Bacharach per quanto riguarda i testi, insinuano peraltro lo spinoso tema della guerra in Vietnam. È il risultato dell’amore per il jazz sviluppato dal compositore negli studi di armonia intrapresi tra la McGill University di Montreal dove si laureò in musica, la Mannes School Of Music di New York e la Music Academy Of The West di Montecito in California. Un esempio dell’apertura mentale maturata anche alla luce delle lezioni prese da Darius Milhaud, direttore d’orchestra considerato figura chiave tra i compositori moderni, oltre che insegnante, tra i tanti, di allievi come Dave Brubeck, Philip Glass, Steve Reich, Karlheinz Stockhausen e Iannis Xenakis. Non esattamente quel genere di musicisti che in futuro avrebbe fatto a gara per comporre canzoncine.

Un discorso – quello della complessità “invisibile” o meglio “inaudibile” – che il critico Mark Voger spiega così: «può essere facile per le orecchie, ma è tutt’altro che semplice. Gli arrangiamenti precisi, i cambi di metro in continuazione e le boccate di testo necessarie per servire tutte quelle note si sono rivelati, nel corso degli anni, una sfida per cantanti e musicisti». Un giudizio che coinvolge l’intero corpus delle composizioni di Bacharach, comprese le immense What The World Needs Now, The Look Of Love, Magic Moments, A House Is Not A Home, Wives And Lovers, Love Sweet Love, Promises Promises, One Less Bell To Answer (tra le meno citate ma affascinante come poche), o Arthur’s Theme (Best That You Can Do) scritta in collaborazione con Christopher Cross, l’allora terza moglie Carole Bayer-Sager e Peter Allen, che gli valse l’Oscar come Best Original Song.

E una considerazione che vale per altre decine se non centinaia di titoli del repertorio di Bacharach: una lista che, se la completassimo, occuperebbe lo spazio di un libro; quanto ci vorrebbe per un ipotetico resoconto dettagliato dei premi raccolti in carriera dal Nostro, che vanno dagli Oscar – 2 per Butch Cassidy e 1 per Arthur – ai British Academy Film, dai Golden Globe ai Grammy, dagli Hollywood Music In Media ai Tony Awards (e altri ancora) raccolti a manciate.

Non sono difettati nella sua brillante vita le trasmissioni televisive a lui dedicate (An Evening With Burt Bacharach e Another Evening With Burt Bacharach trasmesse dalla NBC in diretta nazionale), gli spot pubblicitari nel quale compariva insieme alla seconda moglie e attrice Angie Dickinson detta “le gambe” (che la Universal Pictures assicurò per 1 milione di dollari), i cameo al cinema (comprendenti i film di Austin Powers, per stessa ammissione di Mike Myers parzialmente ispirati dalla musica del compositore).

Il mondo del rock e di tutta quella musica che teoricamente si piazza sulla barricata opposta al filone nel quale si inserisce per definizione quella di Bacharach non ha mai smesso di palesare attenzione nei suoi confronti, un po’ per ammirazione, un po’ forse per invidia. Gli hanno tributato onore con interi dischi artisti agli antipodi come John Zorn, jazzisti come Stan Getz e Bill Frisell, il Marie McAuliffe’s Ark Sextet. Per non parlare di Love, Naked Eyes Stranglers, Pretenders, Manic Street Preachers, Thurston Moore… e tanti altri che hanno attinto a mani basse dal suo canzoniere. La collaborazione con Elvis Costello per Painted From Memory del 1998, che portò alla vittoria di un Grammy Award per la canzone I Still Have That Other Girl, nasce da lontano, perché il musicista inglese aveva esternato la sua stima verso il collega americano a partire dal 1987 con I Just Don’t Know What To Do with Myself, registrata per il disco Live Stiffs Live. Collaborazione che si protrasse nel 2018 per l’album Look Now, che contiene tre canzoni composte a quattro mani e due cervelli ben oliati e in sintonia.

Sullo sfondo di un orizzonte quasi sempre sereno, le nuvole più scure si sono addensate sull’esistenza di Bacharach il giorno del suicidio della figlia Nikki, a soli 40 anni. Nel 2016, dopo 18 anni che non componeva per il cinema, il pianista ha scritto la colonna sonora di Po, la cui canzone di apertura è cantata da Sheryl Crow. Colpito dalla storia del bambino autistico protagonista del film, per il musicista fu una sorta di definitiva elaborazione del lutto per la scomparsa della figlia: «Mi ha toccato molto – ha confessato – avevo vissuto la stessa situazione con Nikki. A volte si fanno cose perché se ne sente il bisogno. Non si tratta né di soldi né di ricompense».

L’impegno del compositore non è però rimasto confinato al suo mondo personale. Un paio di anni dopo, nel 2018, si spese per attirare l’attenzione sul dilagare delle armi nella società americana registrando Live To See Another Day, tributo a chi era sopravvissuto ai molteplici e tragici fatti di sangue che hanno coinvolto le scuole negli USA, i cui proventi andarono all’associazione no-profit Sandy Hook Promise, fondata dai membri delle famiglie che piangevano bambini uccisi nella scuola elementare Sandy Hook di Newtown, Connecticut.

Benché il caso più eclatante che lo riguarda, restando in ambito cause umanitarie, è quello di That’s What Friends Are For. Scritta in origine nel 1982 per il film diretto da Ron Howard intitolato Night Shift – Turno di notte, e cantata da Rod Stewart, nel 1985 la canzone sancisce il ripristino, dopo anni di separazione, del sodalizio con Dionne Warwick, insieme a quello con il paroliere Hal David, il più duraturo e soddisfacente della sua intera carriera. Accreditata a Dionne Warwick & Friends – amici del calibro di Elton John, Gladys Knight e Stevie Wonder – la canzone servì a raccogliere 3 milioni di dollari a favore della American Foundation For AIDS Research, oltre a far guadagnare a Bacharach e alla moglie Carole Bayer-Sager un Grammy come Song Of The Year.

L’ultimo lavoro registrato risale al 2021, pubblicato come Burt Bacharach & Daniel Tashian, e intitolato Blue Umbrella, The Complete Recordings. Dimostra quanto a 92 anni suonati – proprio il caso di dirlo – il Nostro avesse ancora la forza e la lucidità di mettere sullo spartito grande musica intervallata a momenti – Travelling Light, Bells Of St. Augustine, 21st Century Man – di una bellezza struggente che sconfina nella poesia. Il leggendario – definito così da Billboard – Phil Ramone, nominato la bellezza di 34 volte per un Award, produttore di dischi (da Sinatra a Stevie Wonder, da Bob Dylan a Billy Joel, da Madonna a Paul McCartney) e film (tra i quali A Star Is Born, Flashdance, Ghostbusters, La piccola bottega degli orrori, Midnight Cowboy, 007 Al servizio di Sua Maestà) ha detto di Bacharach:

L’intera stanza prendeva vita con la sua direzione d’orchestra. (…) Una volta che il groove si era creato, nella stanza non c’era niente altro di simile. E tutto, compresi gli archi, rispondeva al tipo di movimento del corpo di Burt. Porta una quantità incredibile di vita, nello studio. È probabilmente uno dei musicisti più straordinari al mondo.
Phil Ramone

Non meno lusinghiere sono le parole a lui indirizzate da un’altra leggenda, questa volta del cinema, sebbene sul piano umano: un mondo che non sempre i personaggi osannati, qualunque sia la loro specialità, hanno saputo mantenere al livello delle loro imprese. Dopo avere fatto la fortuna di Vic Damone, che aveva conosciuto durante il servizio militare che si protrasse in Germania per due anni, Bacharach nel 1956, all’età di 28 anni, passò alle dipendenze di Marlene Dietrich, una delle donne più carismatiche di Hollywood. In qualità di arrangiatore e direttore di orchestra accompagnò la diva per un lustro fino ai primi anni ’60, conquistandosi rispetto e notorietà. Nella sua biografia la Dietrich per lui ha solo parole al miele, ma andando oltre la figura del musicista scrive che «come uomo incarnava tutto ciò che una donna potesse desiderare. Quanti uomini del genere ci sono? Per me era l’unico».

Compiutasi per cause naturali a 94 anni, quella di Burt Bacharach è stata una vita piena e fortunata. Senza macchie. Tutto è stato meritato, frutto di talento ma anche di studio e applicazione. Lascia dietro di sé una quantità di musica preziosa, elegante com’era la sua immagine pubblica, emozionante, e che resterà indimenticata. Di certo, come canta Dionne Warwick nel suo primo successo, firmato Bacharach, per «chiunque abbia un cuore» (Anyone Who Had A Heart).

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