Recensioni

Alla fine è solo una questione di aspettative. E di tutto ciò che le circonda. Locura, il quarto album in studio di Jacopo Lazzarini, meglio conosciuto come Lazza, non poteva che essere quel prodotto che centra alla perfezione il proprio target (la Gen Z), dandoci l’opportunità di riflettere su cosa significhi davvero essere un numero uno nel 2024.
Più di dieci anni fa, Fabri Fibra affermava che il miglior rapper d’Italia era colui che raggiungeva la vetta delle classifiche. Un’idea ormai superata, considerando la recente ondata di giovani trapper che, a turno, sono saliti in cima solo per essere rapidamente sostituiti. Oggi, tolti Tedua e Sfera, sono in due a mantenersi costantemente al vertice: Geolier e Lazza, artisti capaci di mescolare pop e cultura di strada, mantenendo una certa credibilità anche tra i puristi. Ma c’è una differenza sostanziale tra essere al numero uno e comportarsi da numero uno. Ed è qui che l’impero di Lazza vacilla. Locura si concentra sul presente senza rischiare, con 18 tracce, alcune delle quali hit garantite, ma senza una vera urgenza espressiva.
Il limite maggiore sta nei testi: rispetto a Sirio, Lazza esplora ancora il tema della fama e delle sue contraddizioni, ma non va oltre. Musicalmente, la varietà delle strumentali è maggiore, ma la direzione artistica di Drillionaire resta su binari già tracciati, limitandosi a puntare su produzioni funzionali alla performance vocale di Lazza. Va detto, comunque, che l’artista utilizza con maggiore estensione il suo timbro, sfruttandone le sfumature.
Tuttavia, manca l’elemento sorprendente, a eccezione dell’apripista Zeri in più (locura), dalle tinte barocche, con la partecipazione di Laura Pausini, che omaggia Una locura di José Luis Perales e Redrum di 21 Savage. Questa è, di fatto, l’unica vera novità di un album che segue il solito percorso trap, puntando sulle formule che hanno portato Lazza al successo. Tra gli episodi meglio riusciti spicca Mezze verità, impreziosito dal flow old-school di Kid Yugi, così come Verdi nei viola, con un ritornello che funzionerà sicuramente. Anche Ghetto Superstar con un ispirato Ghali e la conclusiva La Dolce Vita si distinguono, quest’ultima nonostante una somiglianza con 15 piani di Sfera Ebbasta, grazie a un uso efficace della dinamica, lo stesso che riscontriamo in 100 messaggi. Il resto dell’album si muove nella comfort zone, con qualche incursione esplorativa in territori già affrontati in modo approssimativo: Estraneo con Guè ricorda sonorità alla TheWeeknd, mentre –3 perdere il volo con Marracash promette ma viene vanificato da un inciso da stadio non particolarmente riuscito. Lo spettro di Fred Again… si fa sentire invece nella radio-friendly Male da vendere, una sorta di Cenere 2.0 dal ritornello aperto e catchy.
In sintesi, Lazza si accontenta di un disco-contenitore che macina classifiche, con due-tre brani forti che gli permetteranno di vivere di rendita per almeno un anno (non a caso, dopo una settimana, si è già comodamente piazzato al top della classifica FIMI). Va bene così, nessuno dice il contrario. Ma non si può parlare di numero uno. Per esserlo davvero bisognerebbe osare, trovare la barra perfetta che catturi in poche parole un concetto complesso e sentito (“Oh, algoritmo che sei nei server/Manda il mio pezzo nella Top 10 e il mio video nelle tendenze”, diceva ad esempio Marra, fotografando perfettamente l’industria musicale), scavare in profondità su più livelli (introspettivi, sociali, politici), bilanciare l’estro con le purtroppo necessarie banalità da classifica. Per essere davvero il leader, devi essere capace di cambiare le regole del gioco. Qui, invece, il gioco ha ingabbiato Lazza. Lui ne è solo uscito meglio degli altri.
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