Recensioni

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Nome nuovo, trascorsi importanti e una label che è sempre più sinonimo di qualità. In soldoni è questo l’esordio dei misconosciuti Last Ex, nome che ai più dirà poco ma che attirerà le attenzioni di molti appena scoperto che dietro la sigla si nascondono due Timber Timbre, Simon Trottier e Olivier Fairfield, rispettivamente a chitarre (elettriche, acustiche, baritone), bassi, synth, lapsteel, batteria, tastiere, campionatore, synth, ecc. La storia vuole che questo album sia una sorta di rivisitazione del lavoro commissionato – come colonna sonora ambient per un film horror – proprio alla band madre e mai andato in porto (“The Last Exorcism II”, per la cronaca). I due hanno ripreso quel materiale e lo hanno rielaborato e ripensato sulla base della propria predilezione per le sperimentazioni in studio, per il sound-collage e la “tape-based music concrète oltre che per le colonne sonore per film immaginari.

Ecco dunque questo omonimo debutto, strumentale e vario, atmosferico ed evocativo, proprio come si richiede ad un lavoro che vagheggia immagini inesistenti, tentando di creare un supporto visivo/visionario credibile. Post-rock jazzato alla Tortoise degli inizi, krauterie cinematiche, slanci da horror-soundtrack (Cape Fear), aperture trip-hop alla Bristol che fu (It’s Not Chris paga più di un pegno ai Portishead) e passaggi ambient-dub (Cité D’Or) formano lo scheletro di un lavoro godibilissimo, nella sua eterogeneità compositiva. Eterogeneità che non va, però, mai a ledere l’uniformità di fondo, ma anzi fornisce screziature e sfumature apprezzabili nel loro essere divaganti e storte. Tra i tanti, poi, citiamo almeno un pezzo, l’opener Hotel Blues, che come un mutaforma fringiano cambia continuamente pelle su minime variazioni, divenendo sunto e summa del pensiero e del procedere dei due. Nulla di nuovo, ma esemplare nel suo contesto.

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