Recensioni

L’arrivo di Lana Del Rey in Italia permette di completare l’analisi su un’artista che ha bruciato le tappe: era infatti solo l’autunno del 2011 quando si iniziò a parlare di lei su Pitchfork e su altre webzine al di fuori del circuito mainstream, con una mole impressionante di notizie e aggiornamenti riservata, prima di allora, solo ai musicisti più affermati e ai ritorni più eclatanti. Un buzz così elevato da creare, di rimbalzo, un sempre crescente numero di hater – il più famoso di tutti è Carles di Hipster Runoff – pronti a coglierla ad ogni passo falso (e ce ne sono stati diversi) per farsene beffa. A febbraio 2012 esce il debut Born To Die e improvvisamente Lana Del Rey, da fenomeno “settoriale”, si trasforma in personaggio di massa. Gli streaming delle pagine web diventano passaggi su radio nazionali e i link di youtube si tramutano in video in rotazione su MTV. Poco dopo l’annuncio del tour nei palazzetti (la location di Assago è una conseguenza del sold-out istantaneo dell’Alcatraz) i riflettori si abbassano quasi totalmente, tanto che in rete l’evento pare – o almeno sembra – snobbato da addetti ai lavori che a dodici mesi dalla nascita dell’icona pop sembrano averla dimenticata.
Già la vista all’ingresso, sul finire dell’esibizione del supporting act, pare smentire totalmente quanto traspare dal web. Persa ogni traccia di pseudo-hipster votati all’hype, i partecipanti sono persone d’ogni estrazione sociale e genere – con una discreta percentuale maschile, in parte accresciuta dal ruolo di icona gay della Del Rey – venute in contatto con l’artista americana tramite i mass media, fidelizzate e preparate sul repertorio, al punto da far risultare l’esibizione un continuo singalong col microfono puntato direttamente sulla platea. Alcune particolarità, come i numeri scritti col pennarello sulle mani in base all’ordine di arrivo, fanno presupporre una coda cominciata parecchie ore prima dell’apertura dei cancelli.
Lana fa il suo ingresso poco dopo le 21.00 entrando dal lato di un palco volutamente kitsch e imponente: una sorta di Caesar’s Palace di Las Vegas riprodotto in scala, con palme, colonne romane e due enormi leoni di bronzo vicino a cui la star spesso indugia, data la presenza di telecamere fisse che la riprendono per proiettarla su due maxi-schermi. I primi passi sul proscenio contrastano con lo sfarzo descritto: l’artista appare meravigliata dal feedback del pubblico idolatrante, arrivando al limite della commozione; è stupita come se non si aspettasse una tale reazione, anche se a questo punto del tour dovrebbe essere abituata, lei che da sempre si è cucita addosso il ruolo di femme fatale. Sembra inoltre che l’affetto dei fan sia la spinta necessaria per ingranare e portare a termine una buona esibizione.
La partenza con Cola concretizza questo paradosso, che sarà il leitmotiv della serata: la Del Rey risponde con frequenti discese tra il pubblico, strette di mani e una continua comunicazione durante le pause (ad un certo punto, mentre canta, arriva a inserire un “I love you” rivolto a uno spettatore cambiando in corsa il testo del brano). Nell’ora e un quarto di show (esibizione peraltro dignitosa a livello vocale, nonostante si dica che la data del giorno prima a Roma le abbia consumato la voce) questa cosa diventa lampante e si fa sempre più evidente la “forzatura” di alcuni gesti di scena voluti da chi le ha curato la comunicazione – l’attaccarsi alla schiena del chitarrista durante un suo assolo, il sollevare leggermente il vestito per fare alzare la gonna dai ventilatori e mostrare l’intimo per l’encore di Ride – nei quali è palese un certo imbarazzo della diretta interessata. Nel finale, con National Anthem per l’ennesima e conclusiva discesa verso le prime file, la Del Rey si attarda oltre venti minuti a dispensare autografi, foto e baci a stampo, il tutto con la band a farle da colonna sonora: qui l’indugiare del regista su una ragazza (l’unica) che scoppia in lacrime dopo un breve scambio di parole con il proprio idolo aggiunge un che di grottesco a una reazione di per sè già esagerata.
L’impressione è che la ex Cenerentola Elizabeth Grant sia a un bivio: ritrovatasi di punto in bianco nei panni di una principessa, dovrà decidere se mantenere la genuinità che ha dimostrato facendo aderire l’immagine pubblica a ciò che è veramente, oppure permettersi di essere diva a tutti gli effetti senza badare alle critiche. Non a tutti è data una simile opportunità.
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