Recensioni

Di questi Lampchop si è già detto molto e bene su queste pagine. E lo stesso si può dire dell’operato del suo deus ex machina, Kurt Wagner, che di album ultimamente ne sta sfornando uno all’anno, nessuno meno che discreto, tutti riconoscibilmente ascrivibili a una penna e a un contesto riconoscibilissimi e altrettanto sfuggenti. Non ci sono ritornelli, strofe o melodie davvero memorabili nelle musiche recenti di questa one man band che è sempre un immenso piacere ascoltare non solo con la testa ma soprattutto con il cuore. Lo diceva bene Solventi, a più riprese, a proposito di dischi come Trip e Showtunes: il sottotesto delle canzoni di Wagner è la nostra stessa esistenza, una rappresentazione delle nostre plastiche comfort zone mediate dalla tecnologia.
Defaticanti e interlocutori, mezzi sintetici come mezzi acustici, con l’autotune o meno, country come gospel, senz’altro nu-soul per quell’inserirsi bonari tra le pieghe di un contemporaneo fatto di Bon Iver coll’Heartbreak, i brani dei Lambchop scorrono a passo uno al ritmo di vecchie fotografie digitali che, proprio perché tali, il tempo non lo soffrono. «Le luci sul palco ti sorprendono, ti abbagliano, ma si spengono dopo un attimo: è il momento brevissimo in cui si rimane intensamente soli. Ed è dove vivono queste canzoni», si diceva per il precedetene Showtunes, concetto che vale per questo The Bible – album numero 17 – se assunto assieme a una compressa o due di distopia, il residuo fisso di un presente nei polpastrelli di un personale neorealismo.
Police Dog Blues anticipava il lavoro con del gospel/soul integrato da elementi sintetici, intriso cioè nel calore freddo tipico dell’ultima produzione della (non)band di Nashville e corroborato da un senso di allarme elettrico, come una crepa 80s sulla superficie cibernetica. Nel video si fa riferimento ai fatti di Minneapolis del maggio del 2020 – l’assassinio di George Floyd – ma alla denuncia Wagner preferisce la filosofia (di vita). La sua è una narrazione che si serve della cronaca come punto di partenza per farla rapidamente scivolare appena sotto la linea di demarcazione delle nostre coscienze.
The Bible suggerisce inoltre un altro aspetto di questi come di molti altri brani degli ultimi Lambchop, intorpiditi dall’overload sensoriale eppure pragmaticamente spirituali, veline di spiritualità fatte di gesti e azioni quotidiane di non religious person, come descriverebbe se stesso il bandleader, che si avvia a centrare l’età di quella canzone dei Beatles, ma non da solo. Il disco è stato inciso da un trio che comprende il pianista Andrew Broder (conosciuto tramite Justin Vernon / Bon Iver a Berlino) e il produttore Ryan Olson (Gayngs) in una ex fabbrica di vernici a Minneapolis. Via da Nashville quindi. E quest’inedita formazione – più turnisti vari – risulta preziosa nell’economia di arrangiamenti che partono live per poi sublimare nel consueto lavoro di post-produzione.
Little Black Boxes è il pezzo più particolare: mescola basi disco e spezie afrobeat altezza Tony Allen, shakera funk vagamente Talking Heads con due olive di bassi profondi. Ma è proprio tutto il disco a godere dell’apporto dei musicisti, vedi il piano che si aggira con elegante circospezione nel cinemascope d’archi di His Song Is Sung, oppure i fiati (anche messicaneggianti) che qui scaldano l’atmosfera e trovano veramente sfogo in Whatever Mortal. Si tratta del brano più corale del disco, un’altra mezza novità nella discografia del Nostro, non tanto per la vena jazz (qui anche fusion) quanto per l’accostamento di numerosi elementi, non ultimo, i contrappunti del coro gospel diretto da Derrick Lee che dimenticavamo di dire per la sopracitata Police Dog Blues (che dalla sua vanta pure un basso slappato).
Trick produttivi a parte, la canzone liquido amniotico a cui sempre vogliamo tornare ascoltando un album dei Lambchop è garantita anche qui. A Majork Minor Drag si aggiunge agli standard del caso, ma orecchio va prestato anche a So There, Dylan At The Mouse Trap e Every Child Begins The World Again, che puntano sul classico, o perlomeno tendono a quello. Da queste parti, il piano di Broder accompagna onnipresente melodie che sembrano quasi voler catturare le parole piuttosto che rilasciarle nell’etere. Sarà un’altra illusione del Wagner l’alchimista? La domanda è puramente retorica, That’s Music è la risposta e il titolo del pezzo conclusivo: una sliding door tra Lambchop e Tindersticks da brivido, i titoli di coda per un disco ancora una volta imprescindibile in una discografia densissima e bellissima.
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