Recensioni

Premessa doverosa: non si può negare l’eredità che Lady Gaga ha lasciato e che ancora oggi risuona in una nuova generazione di artiste pop. Senza il suo coraggio – e quello della sua illustre concittadina Madonna prima di lei – nel sovvertire le regole dello star system, l’eccentricità di Charli XCX, il pop levigato ma consapevole di Dua Lipa e la teatralità di Chappell Roan (per citarne solo tre) non avrebbero trovato terreno fertile per esprimersi. Il suo impatto va oltre le classifiche: ha ridefinito il concetto di popstar nel XXI secolo, dimostrando che la stravaganza e il rischio possono coesistere con il mainstream. Se oggi molte nuove voci osano, è perché Lady Gaga ha dimostrato che osare paga.
A cinque anni da Chromatica, Stefani Joanne Germanotta, un enigma avvolto in strati di costumi scintillanti e provocazioni calcolate, ritorna con Mayhem, un album che promette di “riassemblare uno specchio infranto“, rivangando le fondamenta stesse del suo stile. Ma in un’epoca in cui l’innovazione si confonde con la nostalgia, viene da chiedersi se sia una rivoluzione o solo una riproposizione di formule collaudate.
Alcuni in rete lo definiscono “The Fame per la Gen Z”, e non è un’osservazione fuori luogo. Mayhem è il frutto di una macchina da marketing perfettamente oliata. Collaborazioni, incursioni nel cinema, impegno politico: ogni mossa sembra studiata per alimentare il mito della popstar e tenere alta l’attenzione. Ma in questo contesto, la musica rischia di diventare secondaria.
Abracadabra, il secondo singolo, ne è un esempio lampante: un hook che riecheggia i fasti di Bad Romance, un ammiccamento al passato che certamente cattura l’attenzione, ma odora tanto di comfort zone. Disease, che ha presentato il progetto, con le sue sonorità industrial, promette un’immersione in un’atmosfera cyberpunk (già sperimentata in Chromatica), ma si rivela un viaggio più familiare, tra discoteche anni ’80, luci stroboscopiche e ombre amiche.
Gaga resta una maestra della trasformazione, ma Mayhem la ritrae meno come l’artista inquietante e imperfetta dei tempi migliori e più come un’icona che si autoalimenta, riciclando i fasti e le immagini del passato. È questo il destino delle popstar di oggi? Ai tempi di Poker Face sembrava poter ridefinire il genere, ora sembra inseguire il proprio mito.
Detto ciò, l’album offre momenti di brillantezza. Killah, con il suo omaggio a Prince, o Zombieboy, con il suo groove contagioso, dimostrano la maestria di Gaga nel creare atmosfere coinvolgenti. Il ritmo incalzante di LoveDrug ammicca alla sua passione per l’arena-rock, mentre la sua inclinazione per le ballate potenti trova sfogo in Blade of Grass, struggente brano in stile A Star is Born, strategicamente collocato alla fine di un album altrimenti votato alla danza. Die With a Smile, rivitalizzata dal marchio soul di Bruno Mars, ne è il contraltare perfetto, in un lavoro dichiaratamente debitore della ball culture e del voguing di fine anni Ottanta.
Scrittura di precisione, florilegio di melodie che si incuneano nell’orecchio e una sequenza di divagazioni sonore che destabilizzano con astuzia… il passo falso è però dietro l’angolo. How Bad Do U Want Me?, che inizia con un tributo al synth-pop dei primi anni ’80 (campionamento Yazoo compreso), scivola in una traccia dove l’ombra di Taylor Swift si allunga in modo eccessivamente invadente.
Mayhem è un lavoro raffinato e vario, un mosaico sonoro che mescola electro-funk, disco, rock e drum’n’bass. Inclusivo, come la sua interprete sa essere. Eppure, nonostante la cura produttiva, suona più come una tappa intermedia che come una svolta. Un ponte tra passato e futuro, un’opera che celebra l’eredità di Lady Gaga, ma che ci invita a interrogarci sul suo prossimo capitolo.
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