Recensioni

I Porcupine Tree sono una di quelle band che molti giovani cultori del progressive rock, come il sottoscritto, mai avrebbero creduto di vedere dal vivo. Cresciuti con i DVD di alcuni leggendari live come quelli a Tilburg e Chicago, i seguaci più recenti della formazione hanno sempre dovuto convivere con l’amara consapevolezza che l’hiatus intrapreso dopo la pubblicazione di The Incident del 2009 avrebbe potuto durare in eterno. Con lo stupore di tutti i loro proseliti, invece, la band di Steven Wilson e soci l’anno scorso ha annunciato senza alcun preavviso un ritorno sulle scene con un album intitolato, emblematicamente, Closure / Continuation. Una raccolta di brani a cui il gruppo ha lavorato nei dieci anni in cui i singoli membri si sono dedicati ad altri progetti e Steven Wilson ha intrapreso una prolifica carriera da solista che spazia dal progressive di Grace For Drowning e del celebrato The Raven That Refused to Sing fino alla svolta pop di The Future Bites, lavoro sulla lunga distanza mai eseguito dal vivo per colpa della pandemia.
La dualità espressa dal titolo dell’album del 2022 pone ulteriori interrogativi sull’incerto futuro della formazione composta da Steven Wilson, Gavin Harrison, attualmente anche batterista per i King Crimson, e l’ex Japan Richard Barbieri. Ad oggi si sa che il trio ha in programma di rilasciare un nuovo album dal vivo e che l’attuale tour estivo, come dichiarato dallo stesso Wilson, con molta probabilità sarà l’ultima occasione per vedere dal vivo la band. Insomma, proprio come più di dieci anni fa ad imperare è di nuovo l’incertezza circa le eventuali prossime mosse di una delle formazioni più celebrate nel lucente pantheon del progressive rock. Gli appuntamenti in territorio nostrano del 25 e 26 giugno rispettivamente al Parco della Musica Ennio Morricone di Roma e all’Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta (PD) attualmente, dunque, sono le ultime due occasioni per vedere dal vivo i Porcupine Tree.
Sarà anche per l’unicità dell’evento che l’atmosfera prima dell’inizio del concerto è elettrica. Tra il pubblico dominano le magliette dei tour solisti di Steven Wilson, ma c’è anche chi indossa effigi di altri baluardi del prog rock come i Tool, i Genesis e i Pink Floyd. L’emozione è tangibile sia per chi segue “l’albero del porcospino” da vent’anni, che per chi ha la preziosa occasione di poter dire di aver assistito ad un loro concerto senza vivere sulla propria pelle la snervante attesa di più di una decade.
Lasciato alle spalle l’acquazzone pomeridiano, una leggera brezza culla la dolce attesa mentre in sottofondo si sente uno swell d’archi che cresce progressivamente di volume mentre gli ultimi partecipanti raggiungono i loro posti a sedere. La musica diventa una sorta di intro ambient al primo brano che viene eseguito dal terzetto, affiancato dal chitarrista Randy McStine e orfano del bassista Nate Navarro, assente per urgenti motivazioni familiari e rimpiazzato, con l’uso della tecnologia, da sue registrazioni pregresse.
Blackest Eyes, brano di apertura di In Absentia investe gli spettatori in estasi con il suo pesante muro di suono in drop D. Dopo neppure due brani la folla si alza dalle sedie disposte nel parterre e si accalca sotto palco: è impossibile stare fermi quando si scatenano visceralmente i breakdown metal. La band si proietta nella contemporaneità eseguendo la maggior parte delle canzoni di Closure / Continuation: inizialmente tocca all’incalzante Harridan, aperta da un giro di basso cinque corde, e alla struggente ballad Of The New Day, ma nel corso delle due ore di concerto trovano spazio nell’eclettica scaletta anche le divagazioni prog delle elaborate Chimera’s Wreck e Herd Culling, oltre che le sfumature acustiche della ballad Dignity. Richard Barbieri cura il sound design dei brani destreggiandosi come un alchimista sonoro tra pad e lead sintetici, Gavin Harrison sostiene con precisione chirurgica i complicati groove, mentre il carismatico frontman Steven Wilson si alterna tra piano, chitarre acustiche ed elettriche, cimentandosi a più riprese in taglienti assoli che infiammano la Cavea.
Nonostante la cupezza delle atmosfere della band e il pessimismo che ne permea i testi, il fondatore dei Porcupine Tree scherza a più riprese con la folla e con gli altri musicisti, consiglia di ascoltare Luciano Berio – compositore al quale la Cavea è proprio intitolata – ricorda il legame tra la band e la Città Eterna e introduce molti dei brani prima di eseguirli. Prima di cimentarsi nell’aggressiva Sound of Muzak, un altro dei brani più celebri di In Absentia, il leader sottolinea inoltre quanto quella canzone che parla della mercificazione della seconda arte sia ancora estremamente attuale, un tema, questo, esplorato anche nell’ultima prova da solista The Future Bites.
La formazione ripercorre la propria carriera trentennale eseguendo almeno un brano da ogni album uscito dopo l’arrivo del terzo millennio. Le lancette vengono riportate indietro di ben ventitré anni quando la band rispolvera le atmosfere, tanto distopiche quanto le immagini sul maxi schermo, di Last Chance to Evacuate Planet Earth Before It Is Recycled, l’unico estratto da Lightbulb Sun; diciotto anni fa, invece, la band pubblicava Deadwing, di cui, prima dell’unica encore, decide di eseguire la celebre Open Car e la melodica Mellotron Scratch. Da Fear of The Blank Planet non può mancare l’emozionante suite Anesthetize, diciassette minuti di psichedelia post floydiana che la band ricrea magistralmente dal vivo tra sfumature sintetiche e muri di suoni distorti udibili anche in Sleep Together. Da The Incident del 2009, invece, l’unico estratto è I Drive the Hearse, un altro dei numerosi brani che presentano delle marcate sfumature acustiche.
A differenza delle altre date europee, la band lascia il palco una sola vola, concedendo un encore memorabile composto da tre dei loro brani più celebri. Nella commovente Collapse the Light Into Earth Steven Wilson passa al piano, mentre l’intera Cavea si illumina in un rito collettivo grazie alle torce degli smartphone dei tremila partecipanti. C’è ancora tempo per Halo, un altro brano da Deadwing, prima del gran finale, affidato, secondo Wilson, alla loro canzone più celebre. Sulle trame acustiche di Trains il pubblico si lascia andare ad una meritatissima standing ovation che suggella le oltre due intense ore di concerto.
L’unica critica che può essere mossa a questa serata unica è che la band di Steven Wilson ha suonato qualche brano in meno rispetto ai live precedenti, forse a causa dell’assenza di Navarro, ma poco importa se si è avuto modo di assistere ad un’esibizione di questo livello. Il futuro è incerto, è vero. Ma quello di cui possiamo stare sicuri è che a Roma quella sera estiva i Porcupine Tree, senza alcun atto autocelebrativo, si sono riconfermati con grande maestria come una delle band progressive rock più importanti di sempre. Regalando ai presenti un concerto che scorderanno difficilmente.
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