Recensioni

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Sulle scene da un ventennio e ancora qualche buontempone, a proposito di Porcupine Tree, tira in ballo la psichedelia. In realtà, la band capitanata da Steven Wilson – attivo anche in proprio come No-Man e Bass Communion – soffre di nostalgia sonora dell’epoca 1970-1975, allorché il cancro progressive impazzava dopo esser cresciuto nel corpo della psichedelia britannica. Dovrebbe far riflettere in tal senso il curriculum da produttore del ragazzo, che tra alcune cose onorevoli include pure i tremendi Opeth, ma soprattutto la musica: autocompiaciuto espandere assoli e glasse d’arrangiamenti per gli amanti di onanismo e belle forme. Atteggiamento stantio già nei primi ’70, se rapportato al coevo suono di Canterbury e della scena kraut, figuriamoci ora.

Sapete dunque a chi rivolgervi per le contemporanee frigidità del filone neo-prog, e che Porcupine Tree di quello siano tra i meno peggio, sa in fondo di contentino per un progetto che diventava effettiva band nel ‘93, accogliendo una sezione ritmica e – visto che non tutte le ciambelle escono col buco – l’ex Japan Richard Barbieri alle tastiere. Dopo una sfilza di lp indie e un paio su major, radunavano nel 2001 un’ora di rarità in Recordings, prova dell’impossibile credibilità di rifare Ok Computer pensando a Momentary Lapse Of Reason o Fragile perdendosi in vuoti crescendo e atmosfere da cartolina. E questo, si badi, poco prima che Mogwai e Tortoise imboccassero la china discendente.

Vanagloria che il discreto brit-pop misto di “underground” londinese fine ’60 Access Denied, l’attacco jazzy (Laughing Stock poi degenerato in epica oratoriale) di Untitled e una Oceans Have No Memory discretamente liquida non espiano. Se interessati, da settembre è disponibile un lussuoso DVD KScope con il documentario Insurgentes, road-movie che racconta la lavorazione dell’omonimo disco solista di Wilson. Il sottoscritto – con tutta la buona volontà, a digiuno e di buon mattino – s’è assopito dopo venti minuti.

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