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In una recente intervista Steven Wilson ha dichiarato: «Accorgersi di aver tratto il massimo dalla vita è di una tristezza infinita». Ora, può anche darsi che a chi ha redatto l’articolo sia sfuggito un non (tra le parole «di» e «aver») e quindi il senso della frase ne è uscito capovolto, però se così non fosse, ancora una volta il leader e fondatore dei mitici Porcupine Tree ci avrebbe sorpreso: in pratica per lui non essere andati al massimo, non essere stati perfetti e avere dei rimpianti (o rimorsi, fate voi) potrebbe essere motivo d’orgoglio, perché quelle di chi prende decisioni sbagliate e ne paga le conseguenze per il resto della vita – ha aggiunto il musicista inglese – «sono storie che non finiscono mai di affascinarmi». E questo confermerebbe la tesi per cui il giornalista di cui sopra non s’è sbagliato.

Nella stessa intervista Wilson ha anche detto che a lui piace fare le cose all’antica e la sua band non sarà mai una di quelle che, per dare continuità al loro impegno e come vorrebbe il boss di Spotify, pubblicano singoli a getto continuo invece che un album ogni tot anni, perché «sarebbe come essere registi che non fanno mai un film però ogni tre mesi pubblicano una scena». D’altro canto è pur vero che oggi il potere ce l’hanno le piattaforme e l’unica cosa che possono fare artisti come loro è «continuare a svolgere il nostro mestiere con integrità». Del resto «siamo cresciuti con un’altra idea di musica e a quella restiamo fedeli». Chapeau.

Detto questo, un singolo ogni tre mesi magari no, ma dall’ultimo album in studio della formazione britannica sono passati ben 13 anni, un’eternità da quel The Incident dal quale i PC in effetti sembravano non essersi più ripresi. A sorpresa, invece, ecco adesso Closure/Continuation, titolo volutamente ambiguo che se da un lato lascia intendere la possibile fine dell’avventura di un gruppo rimasto perennemente inchiodato a quella croce che è stata il marchio di nuovi Pink Floyd, dall’altro lascia prefigurare un prosieguo.

L’undicesimo lavoro del trio completato da Gavin Harrison (il motore ritmico) e Richard Barbieri (il sound designer) è stato concepito nell’arco di un decennio e se da una parte è un’opera compatta, coerente e dal senso compiuto come gli album fatti “all’antica”, dall’altra manca proprio di quella continuità tipica dei dischi modellati in un intervallo di tempo relativamente breve.

Forse c’è voluto tanto perché Wilson e soci dovevano ritrovare la scintilla e soprattutto se stessi. Gli otto nuovi brani non sono nulla che non si possa ricondurre al riconoscibilissimo marchio PC, ma come stabilire cosa attendersi dai PC se loro per primi hanno sempre sparigliato le carte. Di base son sempre stati prog ma attenzione: innervato da un ampissimo spettro di generi e stili. Ennesimo esempio ne è l’opening track Harridan, eclettico mix di otto minuti che, in un incrocio tra funk, elettronica 70s, hard rock e power pop, mescola Genesis, Fluido Rosa post-Waters, Dream Theater, Radiohead e Rage Against The Machine, senza ovviamente tralasciare la lezione di Yes e King Crimson (Harrison è nell’attuale formazione di Fripp non a caso). Del resto anche il brano era in lavorazione da un paio di lustri e addirittura i tre, nel lasciarlo e riprenderlo a più riprese, a un certo punto s’erano pure scordati di averlo registrato.

Anche il resto del lotto si muove in varie direzioni, tra (trans)umanesimo e anti-utopia, presente e futuro. Sognanti ballad (peraltro non prive di strappi, financo psichedelici in area Suede) come il secondo estratto Of The New Day o la morbida e melodica Dignity (ingentilita da una chitarra acustica azzeccata come il cacio sui maccheroni) si alternano a distopici grovigli di poliritmi (la sinistra Rats Return, da vedere soprattutto il videoclip), cerebrali matasse di tastiere e chitarre iper-trattate (la disturbata e futuristica Herd Culling), intrichi di cinematici saliscendi e cadenze dispari (l’apocalittica Population Three) ed estivi intrecci di melodie e arpeggi (Love In The Past Tense, con echi di David Sylvian).

Forse Wilson non avrà vissuto al massimo, perlomeno artisticamente, non sarà mai diventato la next big thing come molti gli prospettavano, ma dopo tutti questi anni pare averlo accettato e adesso se la gode.

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