Recensioni

Eccola qui finalmente, alle 21 spaccate sul palco dell’Olimpico, dopo un dj set di Mustard che, seppur mi abbia ricordato una qualsiasi serata in discoteca a tema “trap americana”, ha scaldato e acceso i motori al punto giusto. L’atmosfera è perfetta, quella sospesa di chi è consapevole di essere nel posto giusto al momento giusto. Puntuale come poche volte succede in eventi di questo calibro, la GNX Buick Regal fa la sua comparsa al centro della scena, in tutto il suo splendore simbolico ed estetico. Al suo interno c’è l’uomo che incendierà la capitale nelle successive due ore e mezza. E da lì dentro infatti, dal sedile del guidatore, che Kendrick Lamar comincia il suo show con Wacced Out Murals.
Momento da pelle d’oca, quasi sacro, talmente puro che per pochi minuti riesco a trascurare il suono rimbombante che, almeno dal mio posto in basso nella curva nord (scoprirò poi essere un problema del mio settore), non ha mai smesso di infastidire l’ascolto. Dimentico anche gli altri disguidi “all’italiana” di un concerto negli stadi: un ingresso unico per diversi settori dove concentrare la mandria di fan e la borraccia che, contrariamente alle regole ufficiali dell’evento, mi è stata confiscata senza appello. Dimentico quindi l’inadeguatezza che continuiamo a mostrare quando ospitiamo certi mostri sacri, ma va bene, ora c’è lui, al resto ci pensiamo dopo.
In carne ed ossa, davanti ai miei occhi appare il nuovo MVP post-dissing. Il suo GNX è orgoglioso, leggero, provocatorio, celebrativo, multiculturale, a dir poco fascinoso. E quando si è trattato di spulciare la scaletta della sua ultima fatica, poco da dire, ha sfiorato quasi sempre la perfezione: travolgenti Squabble Up e le due parti di TV Off (la prima all’inizio, la seconda alla fine del concerto), bouncy, divertenti e godibilissime Hey Now, Peakaboo e Dodger Blue, angeliche e palpitanti Luther e Gloria, da brividi Man At The Garden (cantata senza coreografia dal tetto dell’auto) e Reincarnated (i brividi durante la strofa-dialogo tra Dio e Kendrick/Lucifero difficilmente si scordano), i due pezzi indubbiamente più riusciti della scaletta: è qui che Lamar, solo, concentrato, assorto, ha dato il meglio di sé, ricordando al pubblico dell’Olimpico la sua vera natura di messia dell’hip hop contemporaneo.
Poi però nascono problemi, uno strutturale, uno più “ideologico”, che in particolare per chi ama il Lamar pre-dissing, pre-GNX e pre-Not Like Us, non riescono a essere digeriti facilmente. Il primo, il più ovvio, sta alla base: il sodalizio con SZA. Il concerto che si divide quasi perfettamente a metà tra i due amici/colleghi, in un continuo scambio simil-partita di ping pong, 30 minuti a testa. Di certo la questione non ha nulla a che vedere con la qualità, anzi. Lei una dea, seducente, celestiale, perfetta sia esteticamente (bella la metafora dell’insetto che diventa farfalla, belli i balli, i costumi) sia concretamente, grazie a un set che trapassa i classici di una breve ma intensa carriera (Snooze, Kill Bill, Love Galore, Nobody Gets Me, BMF ecc…), alcuni featuring di lusso presto diventati virali (Consideration di Rihanna e Kiss Me More di Doja Cat) oltre ai duetti con lo stesso Lamar: la recente 30 for 30, Doves in the Wind, l’iconica e immortale All The Stars…
Di certo SZA non poteva fare meglio, il che fa sorgere ancora più forte un dubbio che già mi era venuto comprando i biglietti ormai diversi mesi fa: perché dividersi la fetta della torta quando è evidente che quest’ultima sta stretta a entrambi? Da un lato abbiamo capito che lei è perfettamente in grado di riempire stadi e far cantare migliaia di persone da sola, il suo culto ha già raggiunto dimensioni virali e massificate, dall’altro lui perde spazio, coerenza e focus, elementi che da solo avrebbe potuto gestire con più controllo e ordine. Specie se le dimensioni artistiche, i sound, i contenuti dei due sono tutt’altro che compatibili. E con l’amica a prendersi tempo prezioso per incantare lo stadio, a Lamar resta la più classica delle scelte pillola rossa/pillola blu: rallentare i ritmi e far respirare le singole canzoni, o “scrollare” nella propria discografia e produrre un medley disordinatissimo di greatest hits perfetto per occasionali e divoratori di playlist.
Si è scritto che questo concerto sia stato un successo, sottolineando come l’elemento più importante sia stata la reazione del pubblico, con l’entusiasmo, la gioia e l’emozione di decine di migliaia di fan presenti a Roma come prova evidente e tangibile. Tuttavia, per quanto ciò sia indiscutibile, questa lettura trascura gran parte della poetica di Lamar, ignorando consapevolmente la sua figura artistica nella sua interezza. Un approccio simile a quello parzialmente abbandonato dallo stesso Kendrick: autore di spessore, poeta contemporaneo, attivista conscious e voce di una coscienza black a tutto tondo.
Non si è chiesto dov’è il posto per i VERI fan di Kendrick Lamar, il rapper autore oltre che il rapper hitmaker, due facce di una medaglia che ha sempre dimostrato di possedere con invidiabile maestria. Lo stesso rapper che, ricordiamolo, poco fa ha sollevato ben più di una leggera critica alla sfera più commerciale, massificata e immorale dell’“hip hop” contemporaneo (chiaramente il dissing con Drake). Il gioco intrapreso da Lamar tuttavia, nonostante gli skit politici e l’impasto conscious che hanno accompagnato la scaletta, si avvicina a quello del canadese, dove l’idea di hit sconfigge quella di canzone, la viralità il valore delle parole. Contraddizione grave e amara se si pensa all’enorme spazio lasciato al repertorio dissing (Euphoria, rappata per intero nei suoi 6 minuti, la strofa di Like That e il nuovo pezzo simbolo Not Like Us, celebrato a squarciagola da tutto lo stadio).
Così ecco spiegata la frittata, non solo per questo evidentissimo paradosso ideologico (essere o non essere Drake?), o perché Kendrick, con buone ragioni, non vuole appesantire il pubblico con certe perle del passato (The Blacker The Berry, How Much A Dollar Cost, Hiiipower, Feel, Fear, Father Time, e tante, tantissime altre), ma perché anche i suoi pezzi più “vendibili” e amati globalmente, monumenti discografici da miliardi di streaming, vengono trattati come frammenti di un mosaico che pensa alla festa piuttosto che al messaggio. Ecco allora Alright, Money Trees, Bitch Don’t Kill My Vibe, DNA, King Kunta, Count Me Out, tutte tagliate a metà, spezzettate, fuse in una serie di reel davvero troppo rapidi per ricevere un omaggio adeguato. Caso limite una Swimming Pools, pezzo fondamentale nell’idioma Lamar, ridotta a una versione acappella di mezzo minuto, privata quindi di tutto il suo fascino indiscutibile. Ancora una volta: un grande peccato vedere e sentire una delle migliori discografie hip hop di sempre trattata in maniera così sbrigativa. E se tutto questo tagliare è servito per far spazio a una dimenticabilissima Good Credit con Playboi Carti, forse qualcosina che non torna c’è.
Tutti questi fastidi, delusioni, dettagli (SZA che canta una canzone di Drake, Maad City che perde tutta la sua crudezza frenetica in un remix soul che omaggia Anita Baker), combattono per due ore e mezza con le coreografie, semplici ma coinvolgenti, con le celebrazioni culturali di Lamar, con la presenza seducente e ammaliante della partner in crime, con i giochi di luce, i balli, le urla a squarciagola, i flash, i cerchi, i salti, il sudore. Si è colta la dimensione del concerto, uno che ti si appiccica addosso nel suo grandeur e nella sua forte consapevolezza di avere sul palco il più grande rapper della nostra generazione. Animale da palco, genio della comunicazione, rapper tecnicamente inarrivabile, a fianco di una SZA quasi ossimorica ma di certo maestosa.
In conclusione? Questo Grand National Tour? Intenso ma ambiguo, memorabile ma leggermente fastidioso. E mentre “a minorr” risuona sulla capitale come un anthem bellicoso e insormontabile, ancora mentre scrivo questo pezzo non riesco a togliermi questa domanda dalla testa: cosa direbbe il Kendrick Lamar dei Grammy del 2016? Quello incatenato che cantava The Blacker The Berry e Alright sconvolgendo il pubblico in sala?
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