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Considerato, in madrepatria, la risposta contemporanea ai grandi crooner del passato, Johnny Labelle arriva in questo travagliato 2020 al traguardo del secondo album, dopo che l’esordio datato 2019 aveva riscosso un buon successo in tutta Europa. Il nuovo XVIII è un lavoro più intimo del precedente, a partire dalla sua realizzazione, che aveva visto l’artista ateniese collaborare con una schiera di personalità internazionali, appartenenti non solo al mondo musica: in questo sophomore soltanto il conterraneo produttore Vasilis Dokakis ha contribuito alla realizzazione.

E questa sensazione di solitudine emerge sin dalla prima traccia: The Dolphins mette subito in mostra, infatti, la splendida e calda voce baritonale di Labelle, immergendola in un malinconico e vaporoso tappeto sonoro di tastiere e chitarre lontane. È un’atmosfera dunque torbida e insieme sospesa, quella in cui viene catapultato l’ascoltatore: la cartella stampa del disco cita non a caso Twin Peaks e, lungo le nove tracce, pare proprio di tornare, tra sensualità malata e tenebrosità assortite, nella fittizia cittadina montana situata nello stato di Washington. Un esempio è certamente la desolata intensità di AK: quattro minuti in cui il crooning del cantante greco si muove su melodie annegate in una malinconia synthetica. Il singolo In the Sun, più marziale e meno spettrale, è una perfetta testimonianza di un pop nostalgico, mentre la successiva Greek Dark Age inventa un vaporoso romanticismo minimalista e la già edita Beginning of The End (nella compilation gratuita Virus Positions – A Quarantine Music Collection) sfoggia un’invidiabile veste eterea.

Chiude l’album il trittico Visceral, Disillusionment e Poseidonia: un ritorno su coordinate più tradizionali e rock (spesso anche distorto), con la traccia conclusiva che si tinge di fumose sfumature vintage, confermando l’incredibile immaginario sonoro messo in piedi da Johnny Labelle.

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