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Sono in quattro e arrivano da Torino i componenti del progetto Moonlogue, un gruppo che, dietro il divertente gioco di tra parole tra le parole inglesi “moon” e “monologue”, nasconde un’attitudine ben più profonda e meditativa: in questo esordio il quartetto sabaudo affronta infatti il tema del cambiamento climatico, costruendo un concept sci-fi su cui srotolare la propria versione, spaziale e spesso sintetica, del post-rock più dilatato.

Apre il disco la riflessione del professore di letteratura inglese Oliver Hutchinson nella breve 01, messaggio contemporaneamente di speranza e preoccupazione per le sorti del nostra pianeta ed eco-sistema, ma sono i brani successivi a delineare chiaramente gli importanti e personali orizzonti sonici dei Moonlogue: il primo brano vero e proprio, Graphite, è una vivace cavalcata space-rock, ma l’album è tutt’altro che prevedibile e monotono. Treeless approfondisce il versante più hard e massiccio dell’acid-rock, mentre una vena più eccentrica e curiosa caratterizza per esempio la sfaccettata Borderland che, aperta da sentori latini, finisce a flirtare con il funky più muscoloso.

Ma il vero vertice psichedelico dell’intero Sail Under Nadir (un titolo il cui acronimo è, non a caso, SUN) è rappresentato dai quasi cinque minuti di Grains: la gemma più splendente di un esordio che stupisce per compattezza, varietà e maturità, muovendosi nel non semplice territorio dove s’incontrano l’elettronica più cinematica e il rock più intellettuale e colto.

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