Recensioni

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La vivacissima e fertile scena musicale greca, che già da quasi un decennio si distingue non solo in Europa per la bontà di molte delle sue uscite, ha vissuto in questo 2019 un anno ancor più esaltante e fruttuoso, inanellando una serie di release eccellenti e di cui il recente terzo album degli ateniesi Chickn, di cui abbiamo parlato in termini entusiasti anche su queste pagine, è soltanto l’ultima. A partire da gennaio, con l’atteso esordio ufficiale di Jay Glass Dubs (uno dei più interessanti sperimentatori dub mondiali della contemporaneità), sono arrivati il pregiato frutto della collaborazione tra il producer electro-psych Anatolian Weapons e il poeta Seirios Savvaidis, e il primo lavoro dei Territroy, il duo formato da due tra i più rappresentativi artisti greci, Mr. Statik (di cui abbiamo assai apprezzato il debutto Metamorphose la scorsa estate) e Larry Gus.

E proprio da quest’ultimo arriva del nuovo materiale solista a ben quattro anni da quel I Need New Eyes che possiamo legittimamente considerare come il suo apice creativo. Inevitabile dunque che, dopo un tale exploit (a cui ha fatto seguito nel 2016 un piccolo corollario sonico di remix a cui ha partecipato anche lo storico e inafferrabile beat-maker inglese Luke Vibert), il poliedrico musicista e cantante greco abbia deciso di cambiare, almeno parzialmente, le proprie traiettorie sonore. Nel nuovo Subservient (che continua il sodalizio con DFA avviato nel 2012) non troviamo più la sampledelia lisergica e centrifuga che ha sempre contraddistinto la sua produzione (uno che sul palco quasi riprendeva gli esperimenti con la voce del primo e avventurosissimo Jamie Lidell, registrandosi e costruendo sui propri campioni vocali le strutture per interi brani), bensì un corposo impasto strumentale dove l’unica infiltrazione elettronica sono i numerosi (e spesso analogici) sintetizzatori.

Quello verso un suono (perdonate il bisticcio) più suonato e tradizionale, è un approdo che ha accomunato molti protagonisti dalla musica elettronica degli anni dieci: dalla svolta, in realtà piuttosto banale, degli ultimi Mount Kimbie verso una post-wave da cameretta, ai più soddisfacenti esiti di James Holden e Machweo, entrambi alle prese con la riscoperta del jazz spirituale e della psichedelia più ancestrale, sono numerosi gli esempi di producer che si sono messi alla prova con gli strumenti cosiddetti veri. In questo contesto, all’interno dei quaranta minuti di Subservient, Larry Gus propone un funky-pop dall’attitudine progressive e dalle tinte mediterranee e persino world.

Così, le tipiche architetture sghembe e i riconoscibili climax che costituiscono la sua cifra stilistica, questa volta sono liberi di lasciarsi andare ed aprirsi al mondo con confidenza, privi della volutamente caotica coltre di sample che aumentava l’altrettanto caratteristico spaesamento e la continua sensazione di stupore. Alternando falsetto e crooning come già nel precedente I Need New Eyes, il producer cerca innanzitutto di affrontare i cambiamenti con naturalezza tentando di organizzare il consueto caos confortante nell’opening-track Total Diseases (Subservience), ma scopre velocemente le ampie potenzialità di questa nuova veste espressiva, come dimostrano una Text of Intent che sfoggia memorabili atmosfere mistery senza prendersi troppo sul serio e il catchyssimo (fin troppo) incontro tra le due diverse espressioni vocali dell’autore (Taped Hands Here).

Sono proprio le soluzioni più inaspettate, come la sardonica incursione nella tradizione della madrepatria (In This Position), l’autarchica disco-kraut di The Sun Section o il liquido folk ellenico di Classifying a Disease, a rendere Subservient non soltanto l’ennesima buonissima prova o una nuova versione del vecchio Larry Gus, ma anche un possibile trampolino verso vette inedite.

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