Recensioni

Passata la sbornia dei primi anni zero, il connubio tra rock ed elettronica ha progressivamente abbandonato i suoni e i ritmi che omaggiavano i primissimi eighties, quelli rivoluzionati dall’eclettica e sfaccettatissima stagione wave: abbiamo così riscoperto l’industrial e derive ancor più sperimentali e avanguardiste, ma la sana grinta di un album come Romantic Fiction rischiavamo proprio di dimenticarcela. Attivo da più di una decina di anni con lo pseudonimo Curses, il newyorchese Luca Venezia non ha mai smesso però di muoversi nelle coordinate soniche dove s’incrociano electro, techno, post-punk e atmosfere tenebrose e stradaiole: anzi, al debutto sulla lunga distanza, lo troviamo ancor più immerso in torbide e viziose memorie anni ottanta.
Lavoro pensato infatti non come materiale per dj o come raccolta di potenziali riempi-pista, Romantic Fiction suona organico e coerente per tutta la sua durata, andando a disegnare un cupo affresco dove chitarre elettriche e sintetizzatori si rincorrono e si dividono equamente la scena: la perfetta electro di Harbinger of the Light ci riporta ai gloriosi anni dell’International Gigolo Records, la cold-wave cinematografica di Levitate paga ovvi tributi al Maestro John Carpenter e funziona come introduzione per la techno (prima ipnotica e poi sempre più orgiastica e festosa) di Medusa Veil; altrove è invece il mood più strumentale (e bohemién) a spiccare e regalarci brani memorabili, come l’incubo mitteleuropeo e post-punk di una Gold & Siber dove la producer tedesca Perel s’improvvisa femme-fatale al microfono, il lirismo freddo e marziale di Silence in the Dark e una ghost-track (Ressurrection) che è pura desolazione post-industriale.
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