Recensioni

John Grant è maestro nel confezionare dischi qualitativamente convincenti. Non fa eccezione questo The Art Of The Lie, sesto lavoro in studio per il songwriter statunitense, affiancato stavolta dal produttore britannico Ivor Guest, già producer di Grace Jones e Brigitte Fontaine. Undici brani in tracklist – in realtà dieci, più un interludio di appena venti secondi – che vantano celebri collaborazioni, tra cui Dave Okumu, Seb Rochford e Robin Mullarkey, e che collocano Grant ancora una volta sul podio dei migliori synth pop musician in circolazione.
La squadra al lavoro è eccellente, come la resa sonora di tutto il disco, che parte con l’incalzante funky made in Grant e ben collaudato nei passati Disappointing (Grey Tickles, Black pressure) e He’s Got His Mother’s Hips (Love Is Magic). La dance attitude inaugurata con Pale Green Ghosts è confermata anche stavolta, ripresa in Meek AF. (una frankiegoestohollywoodiana reprise straziata da vocoder) e convalidata in It’s A Bitch (accattivante pop sintetico, ritmato il giusto per farci muovere il c. a tempo).
Il resto dell’album, però, devia su altri sentieri. Quelli della ballad vocoderizzata Father, in fedelissimo stile Queen Of Denmark, se non fosse per la voce robotica che perde la sua impronta baritonale a favore di un timbro metallico, disincarnato. Quelli di Mother And Son, l’episodio più evocativo di tutto il disco e brano tenuto in ottimo equilibrio tra minimalismo amniotico e i cori scozzesi di Rachel Sermanni. Quelli di Zeitgeist, che chiude The Art Of The Lie con una delicata cellula elettronica dal nucleo acustico, epilogo lieve di un disco a dire il vero faticoso da sostenere. Faticoso perché tutto sommato già sentito, a tratti già suonato in passato, quindi un lavoro di oggettiva qualità, che purtroppo non riesce ad andare oltre questa nota di merito.
E infatti, se la qualità è contrassegno di mestiere, di un’acclarata padronanza compositiva, il guizzo dell’artista che tradisce le aspettative è tutt’altro. No, qui il discorso non è pretendere da John Grant che lavori al solo scopo di garantire godimento all’ascoltatore. Né che risponda alle richieste di novità del suo pubblico. Si tratta, piuttosto, di trascendere lo standard collaudato, perché si fatica a trovare in quest’ultimo album un proprium, qualcosa che sia soltanto suo (eccezion fatta per l’uso del vocoder) e non così fedelmente ripreso dai precedenti.
Difficile dire, a questo stadio della carriera, se si tratta per Grant di voluta continuità col suo discorso artistico, se ha deciso per un abito sonoro già testato e perciò confortevole o se è meglio parlare di un deficit di ispirazione. Quel che è certo è che, tolte un po’ di hit, la presa sull’ascoltatore – che all’epoca di Pale Green Ghosts era bella salda – sembra ormai allentata. Come se Grant stentasse a osare, preferendo una formula efficace, a cui aggiungere di volta in volta solo qualche lieve variazione.
Anche le tematiche di The Art Of The Lie si muovono sul selciato delle precedenti: vi ritroviamo di nuovo Trump, la Bibbia, l’affondo contro la cultura omofoba e soffocante del Cristianesimo, il ripiegamento introspettivo di Grant che, freudianamente, sonda infanzia e rapporto con i genitori alla ricerca di perdono e liberazione.
Insomma, non crediamo sia un torto leggere questo nuovo album come un disco di richiamo: richiamo al sound dei dischi antecedenti, a una cifra sonora fin troppo masticata e digerita, alle tematiche care a Grant che, benché autenticamente esistenziali, sono quasi diventate episodi di una saga psicanalitica. Che alla spontaneità creativa Grant cominci a preferire il manierismo? Ci auguriamo decisamente di no, in attesa – fiduciosa – della sua prossima prova in studio.
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