Recensioni

Avevamo lasciato John Grant, un paio di anni fa, al meritato successo di Pale Green Ghosts, nel quale mescolava l’intenso background cantautorale seventies con il synth pop, la wave Ottanta e l’elettronica. Il valore aggiunto del disco era rappresentato dalla capacità dell’artista americano di fondere ingredienti compositi con una spiccata sensibilità, un songwriting maturo, intimo e dolente, mescolato come sempre a tanta ironia. Arrivato all’importante e atteso traguardo del terzo album, Grant sorprende ancora una volta per l’ottima sintesi; Grey Tickles, Black Pressure vede il ritorno ad una produzione americana (mentre il precedente era stato registrato in Islanda, dove John vive da tempo, con Biggi Veira dei GusGus), dal momento che è stato realizzato a Dallas con il produttore John Congleton (St. Vincent, Franz Ferdinand, Swans) ed ospiti come Tracey Thorn, Amanda Palmer e Budgie.
Musicalmente il disco segue la stessa fortunata traccia del precedente, mescolando il songwriting classico, onesto e caustico con massicce dosi di elettronica. Qui, più che in precedenza, risaltano synth taglienti (palesi le ispirazioni a John Carpenter, si veda Black Bizzard e Voodoo Doll) insieme ad echi del David Bowie tardo ’90 (Snug Slacks in ritmiche, cori ed effetti sembra riecheggiare la sua I’m Afraid Of Americans ma anche tanto Prince, come in You & Him); il duetto con Tracey Thorn (Disappointing) è invece puro elettropop. Non mancano le classiche ballad, suo marchio autoriale: l’imponente title track, i cupi toni post-apocalittici di Global Warming, No More Tangles e la conclusiva e lirica Geraldine (un omaggio all’attrice strasberghiana Geraldine Paige). Grey Tickles, Black Pressure si apre e si chiude allo stesso modo (Intro e Outro): frammenti biblici dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi, sulla potenza dell’amore, sono recitati da Grant (e da una voce infantile in chiusura) in varie lingue e con effetti sonori sovrapposti, come un mantra. Il cuore del disco risiede in questi versi («l’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta… gioisce con la verità; soffre ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa»).
Il mood dell’album è grintoso, ricolmo di humour al solito tagliente e di pathos dolente, ma non tormentato come nei due precedenti dischi. L’amore è sempre il leitmotiv, che questa volta riflette serenamente una nuova storia in uno stato di grazia perfetto (si ascolti l’esuberante tributo pop di Disappointing); i temi cari all’autore, messi a nudo nei primi due dischi (gli anni di formazione, il passato tormentato a base di droghe e alcol, la positività all’HIV, la depressione, gli amori infelici) restano in sottofondo, ma si è andati, per così dire, fortunatamente oltre. John Grant autoironizza così sul suo status di ultra quarantacinquenne (il titolo dell’album, come da sua formazione da linguista, è infatti la traduzione letterale dell’espressione islandese “crisi di mezza età “, mentre black pressure è la traduzione dal turco di incubo), con la grinta di chi ne ha viste tante, confermandosi cantore sensibile e attento alla condizione umana. Un importante, significativo traguardo autoriale.
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